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Salviamo Checco Zalone dagli zalonisti (radical chic)

di Federica Venni - www.lintraprendente.it
Confesso, non ho (ancora) visto Quo vado?. Non ne faccio un vanto, ma nemmeno un demerito: semplicemente è un po’ di tempo, ahimè, che non vado al cinema. Ma farmi due risate con Checco Zalone è nei desiderata di questo inizio 2016, con il buon proposito di andarci il prima possibile, quantomeno prima che la recensionite di cui si sono ammalati, pare, tutti i giornalisti italiani, mi dissuada dal vederlo.

Non entriamo nel merito del film – del perché ci sia piaciuto ne abbiamo già parlato – ma diamo un’occhiata a cosa è uscito in questi giorni sui giornali. Tra un Celentano e un Lino Banfi che ne parlano oggettivamente bene, ecco che spunta sempre qualche commentone di colleghi che, soprattutto a sinistra, si lanciano con fatica nell’elogio del pop – sempre però con il gusto della retorica impegnata – per scrollarsi di dosso il luogo comune dello snobismo culturale dei radical chic da salotto.

E quasi sempre, abbiamo notato, si tratta di colleghi che generalmente scrivono di politica e che, in perfetto clima vacanziero ma non troppo, si cimentano in spericolate analisi sociologiche che scivolano talvolta nella fenomenologia dei comportamenti umani. Roba difficile da digerire, almeno quanto i cotechini che ci siamo sparati in questi giorni. Sembrerebbero buone intenzioni se non fossero invece soltanto il frutto nudo e crudo della moda del momento: elevare l’intrattenimento a qualcosa di più. Un esperimento che, poveri lettori, non pare ben riuscito, tanto che il risultato non è quello sperato di alleggerire il proprio fardello di articoli impegnati, ma quello contrario di appesantire i già provati lettori-spettatori.

Ecco che allora ci tocca sorbirci il tuttologo Scanzi che si improvvisa critico cinematografico: “Zalone è un buon comico e un discreto talento – scrive sul Fatto Quotidiano -. I suoi film sono molto esili (sic!), ma tutto sommato piacevoli”. E ancora: ai tempi di un “Troisi nessuno lo avrebbe notato” (ma dai?). Lui, che parla di “neo-zalonisti che ci triturano le palle” senza domandarsi se stia facendo lo stesso con noi, se la prende poi con “l’effetto pavloviano che scatta in molti italiani quando si tratta di riverire il vincitore”. Cimentarsi in psicologia e scienze sociologiche è il gioco delle vacanze, dunque: e a provarci è anche il giornalista e blogger de L’Espresso Alessandro Gilioli. E qui, ad entrare in gioco è un termine molto papafrancescano: Quo vado? è un film ottimista sulla possibilità di resilienza alle grandi mutazioni in corso e sulle chance di trasformazione interiore sia del singolo, sia della società. […] Zalone ce la fa – continua Gilioli – perché la sua condizione esistenziale al termine della storia è molto più felice di quella iniziale” (e questo grazie anche all’emancipazione dal luogo di origine, al fatto che “ormai siamo neonomadi“). Il tutto differenziando lo Zalone maturo dal “primo”, quello di Sole a Catinelle, manco stessimo parlando delle stagioni produttive di qualche mostro sacro della cultura italiana.

In tutta risposta viene da citare lo stesso Zalone, in una delle sue imitazioni più riuscite, quella di Nichi Vendola: “Non ho capito un cazzo, ma è bellissimo”.

Redazione - inviato in data 07/01/2016 alle ore 8.19.35 -

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