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martedì 26 luglio 2016  
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L'Agenda Geopolitica 2016

Il 20 gennaio inizia a Davos il World Economic Forum tra centinaia di leaders della politica e dell’economia. L’edizione di quest’anno sarà: Dominio e controllo – ‘mastering’ – della Quarta Rivoluzione Industriale. Argomento suggestivo se si pensa alle difficoltà della Cina a governare il proprio mercato finanziario. Davos sarà anche l’occasione per evocare la preoccupazione, forse filosofica ma per niente astratta, espressa mesi fa da Stephen Hawking. La dilatazione nell’utilizzo dei “metadati” da parte di sistemi che si autogovernano non farà confliggere l’intelligenza artificiale con il “dominio e controllo” dell’uomo? Dopo la Prima Rivoluzione Industriale, delle macchine, la Seconda della produzione di massa, la Terza dell’informatizzazione, stiamo vivendo nella Quarta Rivoluzione Industriale trasformazioni assai più repentine. Esse coinvolgono produzione, distribuzione, consumo; sono alimentate da progressi scientifici e tecnologici sorprendenti; mutano radicalmente la società in cui viviamo.
1. Impatto delle crisi regionali sull’economia: Isis, Libia, Siria, Iran
I rivolgimenti geopolitici degli ultimi mesi, scrive Christine Lagarde (FMI) in preparazione di Davos, sono destinati ad avere nel 2016 un impatto molto rilevante anche sull’economia. Terrorismo jihadista e ondata migratoria in Europa sono sintomo di tensioni nel Grande Mediterraneo. Divampano anche in altre regioni. Alimentano un flusso globale di 60 milioni di rifugiati. Sono i conflitti che si avvicinano pericolosamente all’Europa che vedono soprattutto l’Italia in prima linea. Il camion bomba fatto esplodere nei giorni scorsi dallo Stato Islamico a Zliten ha causato centinaia di morti e feriti. Tra le vittime, i cadetti della Guardia Costiera formati per contrastare il traffico dei migranti. Si intensificano attacchi verso il petrolio di Ras Lanouf e i tesori di Sabrata che in molti prevedevamo da tempo, mentre Renzi continuava a sdrammatizzare. L’obiettivo è reperire risorse attraverso i migranti, il petrolio e le opere d’arte. In Siria esse stanno prosciugandosi. Ma migranti e greggio procurano fondi e uomini essenziali agli attacchi dell’Isis all’Europa e all’Italia annunciati da Baghdadi. È perciò sconcertante che la discussione nel Governo su controllo e sanzioni per l’immigrazione clandestina stia zigzagando su terreni ideologici invece di concentrarsi su contrasto al terrorismo e radicalizzazione come avviene in Francia e in Gran Bretagna. Persino Berlino che la scorsa estate aveva promesso-facendo del Cancelliere Merkel l’eroina europea- incondizionata accoglienza ai migranti sta adottando severe sanzioni, rimpatri e respingimenti.
Gli ultimi affondi dello Stato Islamico in Libia – e Renzi ne riconosce la gravità solo ora – vogliono impedire la creazione di un Governo di Unità nazionale perché questo passo è decisivo per contrastare militarmente l’Isis, forte in Libia di almeno diecimila terroristi, provenienti da Tunisia, Siria, Iraq, Sahel, ai quali si aggiungono entità tribali e terroristiche locali come Ansar al Sharia. Da Sirte, in pochi mesi, il “Califfato” ha esteso le sue operazioni. Controllerebbe tre, quattrocento chilometri di costa. La prossimità dell’Isis ai campi petroliferi in Libia richiederà inoltre un elevatissimo livello di guardia su “facili affari” con oscuri mediatori che a qualcuno potrebbero venire in mente a scapito della nostra sicurezza .
Si può facilmente capire che in Libia serve, con urgenza, un impegno militare molto considerevole. Deve essere ricostruito un apparato di sicurezza nazionale sotto un’unica autorità politica. Pensare che bastino poche migliaia di uomini – si è parlato di seimila uomini quando regola base e’ sempre un rapporto di “tre a uno”, quindi una forza di almeno 30/40.000 militari – per compiti tanto complessi è fantascienza; ancor più se si pensa di utilizzare “peacekeepers Onu” idonei all’”interposizione” ma non all’antiterrorismo. Tanto è vero che la Comunità internazionale si è sempre affidata per tale tipo di operazioni a “coalitions of the willing” tra eserciti moderni e Libia adeguatamente addestrati, sotto mandato del Consiglio di Sicurezza o di altre forme di legittimazione internazionale.
L’urgente pianificazione di una forza multinazionale per la Libia è necessaria per due ordini di considerazioni: 1) la creazione di un “cordone sanitario” sulle coste libiche e, con il consenso dei Paesi confinanti, ai confini terrestri del paese; 2) la manifestazione di una precisa volontà politica nei confronti dei movimenti e formazioni Jihadiste dentro e fuori la Libia. La cosa più dannosa sarebbe una riproposizione del “modulo siriano” con bombardamenti mirati o “a tappeto” e obiettivi politici contrastanti tra i Paesi parte della campagna aerea.
Nell’anno appena iniziato qualcosa potrebbe finalmente andare nel verso giusto nella guerra all’Isis in Siria e in Iraq, dopo la riconquista di Raqqa, sia pure pagata a caro prezzo perché la città è stata completamente distrutta. Il rovesciamento di tendenza in questo scacchiere non deve tuttavia illudere circa risultati conclusivi nel corso dei prossimi mesi soltanto. Essi saranno legati a una soluzione politica di entrambe le questioni – siriana e irachena – che assicuri la partecipazione sunnita alle principali istituzioni e alla sicurezza nei due paesi. Si tratta della condizione essenziale per ridurre le tensioni tra Arabia Saudita e Iran e per attenuare l’ inquietudine nel mondo Arabo circa le ambizioni iraniane di predominio regionale, soprattutto dopo il “Nuclear Deal”. È parso strano che tanta parte dell’informazione nazionale, proprio alla vigilia della visita del Presidente Rouhani in Italia, stia ignorando l’allarme lanciato nei giorni scorsi dalla Lega Araba sulle interferenze di Teheran volte a destabilizzare i Paesi del Golfo, e a saldare quell’anello di preminenza sciita che ha sempre rappresentato la “missione” della Rivoluzione Khomeinista. Nei contatti con i Presidenti iraniano e russo, alleati irriducibili del regime siriano, i leaders occidentali dovrebbero semmai ricordare come la decisione di esporre alla luce del sole i crimini perpetrati da decine di responsabili serbi, croati, bosniaci, kossovari e le giuste condanne comminate dalla Corte Penale Internazionale sia stata determinante nel chiudere il doloroso capitolo delle guerre nell’ex Yugoslavia. Non vi è ragione al mondo perché crimini altrettanto atroci debbano restare impuniti in Siria.
2. Le “discontinuità”: il caso della Cina
Nell’osservare le possibili tendenze del 2016, gli esperti in geopolitica suggeriscono di tener conto delle “discontinuità”, più che del “more of the same”. Pochissimi avevano previsto a inizio 2014 l’annessione russa della Crimea, o il successo dello Stato Islamico; o ad inizio 2015 l’arrivo di un milione di migranti in Germania. Tra le discontinuità, le più significative potrebbero riguardare la Cina.
La chiave del successo cinese nell’ultimo quarto di secolo è stata la rapida crescita economica, garantita da un sistema di governo imperniato sulla stabilita’ interna.
La campagna anticorruzione del Presidente Xi Jinping sta emarginando potentati economici e di sicurezza mentre l’economia cinese attraversa una fase di debolezza che comincia a rivelarsi sistemica. Ne fa cenno Christine Lagarde nella sua analisi per Davos. Se un’armoniosa transizione verso altri modelli di sviluppo è tutt’altro che scontata, maggiori redditi e migliori standards di vita, la ricerca di una “nuova normalità”, la crescita equilibrata e sostenibile esigono riforme per sostenere domanda interna e affidabilità finanziaria. L’attuale caduta delle borse cinesi replica quanto avvenuto la scorsa estate . Solo che contraddizioni, incertezze e dimensione delle perdite hanno trascinato il mercato globale a un ribasso senza precedenti. Si calcola un danno di 2,3 trilioni di dollari: come se fosse stato azzerato in pochi giorni il PIL annuo di un Paese dalle dimensioni economiche della Francia.
Ha pesato sulla sfiducia degli detentori dei titoli l’improvvisazione e la scarsa trasparenza. Lo scorso settembre Xi Jinping dichiarava durante la visita negli Usa che “non vi erano basi” per una svalutazione” della moneta cinese, che “ci si stava muovendo verso la stabilità renmibi/dollaro”. La svalutazione della moneta torna invece in scena per sostenere l’export. L’opacità dei dati macroeconomici è un altro freno per gli investitori: sulla base dei consumi dichiarati di energia la crescita cinese – sostengono autorevoli analisti britannici – sarebbe al disotto del 5/6%. Si sta così radicando l’impressione che le “correzioni” del mercato siano soprattutto endogene e strutturali; pur influendo il ridimensionamento della crescita mondiale, i corsi delle materie prime, il rafforzamento del dollaro , la generalizzata crisi dei Brics: Russia in prolungata recessione, Brasile in profonda crisi economica e istituzionale, Sud Africa stagnante, India con essenziali riforme inattuate. Il cuore del problema resta la dicotomia tra un partito Comunista moderno che cerca di consolidare l’economia di mercato ma che vuol lasciare intatto un suo DNA di avversione al rischio, alla libertà d’impresa, e di interventismo statale su prezzi azionari, tassi di cambio, credito e finanza. In un sistema di potere marcatamente verticistico, che esercita stretti controlli sulla informazione, ancor più intrusivo nella blogosfera con i recenti provvedimenti antiterrorismo, può nascere la tentazione di “scaricare” all’esterno difficoltà che stanno appannando la credibilità della leadership politica.
Il 2016 potrebbe , ad esempio, farci assistere a un’accelerazione di quel rischioso progetto di militarizzazione degli isolotti del Mar della Cina che sta creando reazioni vietnamite, filippine, giapponesi . Questione aperta continuera’ ad essere il rapporto tra Pechino e Pyongyang. Le frizioni nella penisola coreana richiedono una Cina collaborativa e non “confrontational” con l’Occidente. L’atteggiamento verso il Presidente che Taiwan sta per eleggere sarà un altro segno delle intenzioni cinesi.
3. Differenziali di crescita e alcune criticità
Le situazioni rilevate dai diversi scenari geopolitici sembrano già essere state “scontate” dai mercati. Il buon andamento dell’economia americana si è confermato con i dati di dicembre sulla creazione di altri 292.000 posti di lavoro. Tuttavia per il 2016 FMI e Banca Mondiale fanno previsioni più contenute rispetto alle previsioni precedenti, con una crescita Usa del 2,3%. Il Paese si trova però in quasi piena occupazione, essendo il relativo indice al 5%; il che motiva un progressivo rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve. Tale decisione riduce perciò alcuni riflessi positivi della crescita Usa per la Cina e per i Paesi emergenti soprattutto sul versante dell’indebitamento in dollari. Nel 2016 la crescita nell’Ue dovrebbe per parte sua attestarsi all’1,8%, lasciando ancora tra i fanalini di coda il nostro Paese. Interessante rilevare come in preparazione di Davos il Direttore Esecutivo del FMI metta l’accento per l’eurozona su un aspetto di particolare importanza per l’Italia. “L’Eurozona, dice Lagarde, deve affrontare la questione dei ‘non performing loans’ – i c.d crediti incagliati – valutati in quasi 900 mld $, una delle principali irrisolte eredita’ della crisi finanziaria”. Si stima che di questo enorme ammontare quasi un quarto corrisponda alla quota gravante sul sistema creditizio italiano. Il 2016 deve anche per questo essere per l’Italia l’anno del più vigoroso impegno nella lotta alla corruzione nelle Banche, colpendo non solo le responsabilità amministrative, ma soprattutto le connivenze politiche che hanno creato disperazione tra migliaia di risparmiatori, danneggiando gravemente la credibilità del nostro Paese negli ambienti internazionali, soprattutto in Europa. La politica europea dell’Italia, hanno scritto alcuni quotidiani non certo di opposizione, non è mai parsa disastrosa come in questi mesi. La mancanza di fiducia su cio’ che il Governo fa per contrastare malaffare e corruzione ne e’tra le principali cause.
4. La sfida climatica
Il 2016 sarà un anno molto importante per dimostrare che la comunità internazionale ha maturato la determinazione necessaria ad evitare le conseguenze del cambiamento climatico. A conclusione di un anno record dal 1880 per il riscaldamento del pianeta i cambiamenti climatici sono stati oggetto della Conferenza di Parigi: un primo passo è stato fatto. Agli impegni politici devono seguire misure di tutti gli Stati per scongiurare un riscaldamento di almeno 3°, con impressionante innalzamento dei mari e derive irreversibili.
L’obiettivo arduo da raggiungere, ma essenziale alla sopravvivenza delle nazioni costiere, è di “zero emissioni” entro la metà del secolo. Su questo il consenso scientifico, dei Governi, delle opinioni pubbliche è ampio. Persino tra i Repubblicani statunitensi, per decenni convinti nella loro quasi totalità della irrilevanza del fattore umano nel riscaldamento della Terra, vi sarebbe attualmente una maggioranza a favore di misure di mitigazione dei cambiamenti climatici. Tuttavia l’intesa raggiunta a Parigi resta fragile. L’obiettivo di non consentire il superamento dell’1,5° rispetto all’era preindustriale poggia su contributi determinati in via nazionale – “Intended Nationally Determined Contributions, INDCS” – promessi da 187 paesi partecipanti.
Entro cinque anni vi sarà la verifica. Usa, Ue, Cina hanno adottato piani di per sé abbastanza credibili, sospinti da opinioni pubbliche sempre meno tolleranti verso una politica che non ha ancora saputo affrontare le sfide del clima e dell’ambiente. “Resta il fatto spiacevole – ha commentato The Economist – che gli INDCS non sono neanche lontanamente saldi a sufficienza per garantire che il tetto dell’ 1,5% sarà onorato”. Vero che l’esperienza della Conferenza di Copenhagen sei anni fa aveva dimostrato che obiettivi prefissati rigidamente avrebbe reso impossibile l’accordo. Ma il meccanismo della verifica quinquennale non è legato a sanzioni di sorta; se non quella “reputazionale” di uno Stato che danneggiasse tutti gli altri adagiandosi su politiche permissive dei consumi energetici. Gli impegni raggiunti a Parigi sono intrinsecamente “ deboli” . Ragione di piu’ per evitare esitazioni . Il test sulla affidabilità dei Governi nelle loro politiche dell’energia parte subito. E gli elettori devono esserne ben consapevoli.
Giuliano Terzi di Sant'agata - lsblog.it

Redazione - inviato in data 13/01/2016 alle ore 7.35.47 -

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