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Il diritto liberale di stare a casa

di Corrado Ocone - www.lintraprendente.it
Guelfi e ghibellini, fascisti e comunisti, laici e cattolici. L'eterno conformismo italico delle due Chiese oggi suona: o sei un difensore esclusivo della 'famiglia naturale', o a priori per l'ideologia dei diritti Lgbt. L'individuo non conta nulla, contano i collettivi. Ambedue intolleranti. No grazie.

L’Italia è il paese della Chiesa. E dell’Anti-Chiesa. Dei guelfi e ghibellini, dei laici e cattolici (cioè di massoni e clericali), di fascisti e comunisti (“che giocavano a scopone”), di democristiani e comunisti (Peppone e Don Camillo…). È il paese dove anche l’Anti-Chiesa, traendo senso e legittimità dal suo avversario, è a tutti gli effetti una Chiesa. Lo schema binario e nefasto delle due Chiese che ci domina è all’opera anche in questi giorni in cui si discute di “unioni civili” e di tutte le questioni ad esse annesse e connesse. O aderisci al “Family Day” in quanto sei solo e unicamente per la “famiglia naturale“, oppure sei per riconoscere il diritto al matrimonio e all’adozione anche a chi non è etero perché la tua ideologia Lgbt vuole che anche gay lesbiche bisessuali e transgender possano costituire una famiglia e averne il timbro di liceità dallo Stato. Come se il tanto decantato “amore” di cui predica ad esempio il mieloso teologo del conformismo da libreria Feltrinelli, cioè Vito Mancuso, avesse bisogno di timbri e bollini per darsi nella sua effettività. O con il Family Day o con i Mancuso: tertium non datur. Se vuoi ragionare, cioè distinguere, sei automaticamente escluso o isolato: le due Chiese sono implacabili. E lo sei perché non ti si perdona di appartenere solo a te stesso, non ad una lobby o ad un gruppo organizzato.

A ben rifletterci, la stessa “emancipazione” degli omosessuali non è avvenuta nel nostro paese per un processo di consapevolezza ma solo per conformismo, cioè per l’adesione ad un pensiero diventato dominante, almeno a metà. È avvenuta quando gli omosessuali si sono organizzati e hanno fatto sentire la loro voce, sono riusciti a imporre un’ideologia a cui non è lecito opporsi pena l’essere considerati démodé. Gli omosessuali, per secoli discriminati, hanno oggi costruito un pensiero di supporto alle loro rivendicazioni che, rispetto a quello della tradizione, è altrettanto escludente, arcigno, intollerante, poco ironico. Eppure, mai come nel caso delle questioni attinenti alle relazioni morali fra gli individui il dualismo astratto può essere faccenda seria e pericolosa. Ne va di mezzo la vita di ognuno, quel quid unico e irripetibile che è la nostra singolarità: di fronte ad essa il legislatore ma anche il gruppo dovrebbero arrestarsi, non invadere come fanno le sacre barriere del privato. Ed è qui, in effetti, la chiave della faccenda. Ragionare per gruppi e non per singoli o individui è la nostra vera tara: l’indice più evidente della nostra lontananza culturale da un orizzonte liberale. E anche cristiano, se è vero che la “rivoluzione” del messaggio evangelico consistette proprio nel porre al centro la persona e la coscienza individuale. Contro il Potere, ogni potere.

Ora, è proprio questa centralità del singolo che dà un senso alla libertà, cioè al nostro libero arbitrio. E, quindi, al fatto che siamo responsabili, che le nostre idee e le nostre azioni sono imputabili a noi solamente e non ad enti astratti come la società o la comunità. Azione e responsabilità individuali, non di gruppo. Se un omosessuale (o una donna o qualsiasi altra sedicente “minoranza“) commette un errore o afferma una sciocchezza, io ho il diritto e il dovere di contestarli senza concedere attenuanti di genere o senza essere accusato di discriminazione. Ed è questo che oggi è sempre più difficile. Sarà una banalità ma bisogna avere il coraggio di dire che se sei un poco di buono, che tu sia omo, etero o in qualsiasi altro modo sessualmente atteggiato, è indifferente. Così come se sei una persona saggia o perbene. Come diceva Ludwig von Mises: «Solo l’individuo pensa, solo l’individuo ragiona, solo l’individuo agisce». Il non far centro sull’individualita e singolarità di ognuno, il non voler spezzare le catene imposte da chi ha stabilito che sul campo giocano solo i gruppi (con quello che di necessariamente gregario e conformistico essi comportano), è stato il vero limite di tanti cosiddetti “movimenti di emancipazione“. E ciò significa, in fin dei conti, che la “liberazione” degli omosessuali e delle “minoranze” non c’è stata o non è stata (e date le premesse non potrà mai essere) veramente tale. Saremmo un paese diverso, più maturo, se invece di dividerci in gruppi e concentrarci su astratti legismi, come sta avvenendo ancora una volta in questi giorni, riuscissimo a spostare almeno un po’ il discorso su questo terreno attinente alla cultura: se mettessimo cioè finalmente in discussione la nostra mentalità e la nostra incapacità di pensare in termini liberali.

Redazione - inviato in data 24/01/2016 alle ore 10.52.20 -

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