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Noi e la Libia

Davide Maria De Luca - ilpost.it
Il governo italiano sta cercando di ritardare un intervento militare contro lo Stato Islamico finché non sarà il nuovo governo libico a chiederlo: ci sono in ballo prestigio e interessi.
Quasi esattamente un secolo fa, centocinque anni per la precisione, l’Italia invase la Libia, all’epoca una provincia dell’impero turco. In molti la chiamarono “un’avventura”: un attacco improvvisato che scombussolò la delicata situazione diplomatica dell’Europa. Il conflitto rimase limitato, ma per molti storici l’invasione fu una delle molte cause che portarono all’inizio della Prima guerra mondiale. Oggi l’Italia ha un ruolo diverso in Libia, anche se altrettanto centrale: si potrebbe dire che non è più l’incendiario, ma il pompiere, e che – nonostante errori e incertezze – stia cercando di frenare l’avventurismo dei suoi alleati e di riportare ordine nel paese.
La situazione in Libia
In territorio libico ci sono decine di gruppi armati e politici, decine di leader a cui ciascun gruppo fa riferimento e anche molti avventurieri: allo stesso tempo non ci sono alleanze stabili, ma solo accordi temporanei che stanno in piedi a seconda dell’opportunità. Il caos libico è difficile persino da riassumere. Grossomodo in Libia ci sono due fazioni principali spesso definite “governi”, anche se nessuna delle due ha abbastanza potere o legittimità per farsi chiamare con questo nome. Ad ovest e nella capitale Tripoli si è insediato un governo islamista, appoggiato da milizie come “Alba della Libia”. Ad est si è insediato un regime più secolare, riconosciuto dalla comunità internazionale e appoggiato da politici e militari che in passato erano molti vicini al regime di Muammar Gheddafi.
In mezzo a queste due grandi fazioni ci sono centinaia di gruppi armati più piccoli: alcuni controllano soltanto pochi paesi, altri intere province. Tra questi gruppi, il più forte è lo Stato Islamico in Libia: tra la fine del 2014 e il 2015 è riuscito a occupare la città di Sirte; poi dalla sua nuova base ha conquistato altri territori, arrivando a controllare una fascia di costa lunga circa cento chilometri da dove può minacciare i pozzi petroliferi del paese.
La diplomazia italiana, oggi
L’Italia è il paese più coinvolto nel gestire i negoziati tra le varie fazioni che in Libia cercano di imporsi per ottenere il potere: per esempio la parte più delicata dei negoziati, quella tra le diverse milizie che di fatto governano dei pezzi di Libia, è stata affidata dall’ONU a un italiano, il generale Paolo Serra. Chi conosce i negoziati racconta anche che i delegati libici hanno spesso viaggiato verso i luoghi dove si tenevano le conferenze di pace a bordo di aerei forniti dal governo italiano. «Oggi l’Italia ha un ruolo chiave nel paese», spiega Mattia Toaldo, ricercatore dell’ECFR e uno dei principali esperti di Libia: «E continuerà ad averlo sia che si proseguirà sulla strada dei negoziati, sia che si decida per un intervento militare».
Oggi, anche grazie agli sforzi italiani, in Libia si sta faticosamente creando un governo di unità nazionale, che nelle idee dell’Occidente e dei libici che l’hanno sostenuto – i più moderati tra gli esponenti dei due “governi” – dovrebbe andare a sostituire gli altri due centri di potere, quello a Tripoli e quello a Tobruk. La creazione del governo di unità nazionale è stata il risultato di mesi di lavoro diplomatico compiuto dall’inviato dell’ONU Martin Kobler e del ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, oltre che dagli sforzi dell’Alto rappresentante per la politica estera europea, Federica Mogherini. Il culmine del lavoro diplomatico italiano è stata la conferenza di Roma dello scorso dicembre, dove Gentiloni ha incontrato il segretario di Stato americano John Kerry e i rappresentanti di un’altra ventina di paesi interessati al futuro della Libia. Al termine della riunione, tutti i delegati hanno annunciato il loro appoggio all’iniziativa di pace di Kobler e alla formazione di un nuovo governo di unità nazionale.

Una vecchia storia
Il ruolo dell’Italia in Libia non è una novità. Tra il 1912 e il 1942 la Libia è stata una colonia italiana, sottoposta a un regime di repressione feroce e brutale. Come è spesso avvenuto in passato, i rapporti tra coloni e colonizzati sono proseguiti, tra alti e bassi, anche dopo la fine dell’occupazione militare. «Per ragioni geografiche e storiche, l’Italia è sempre stata un interlocutore obbligato della Libia», spiega Nicola Pedde, direttore dell’Institute of Global Studies e direttore della ricerca sul Medio Oriente presso il Centro Militare di Studi Strategici. Negli anni Settanta e Ottanta, durante i momenti più acuti del terrorismo nazionalista arabo, la Libia era un partner privilegiato con cui trattare per proteggere l’Italia dagli attacchi terroristici. «I servizi di intelligence italiani hanno sempre avuto forti relazioni con quelli libici – continua Pedde – e c’è addirittura il sospetto che il colpo di stato di Gheddafi contro re Idris, considerato all’epoca filo-inglese, sia stato agevolato, o comunque apprezzato in Italia».
Per decenni le relazioni tra Italia e Libia avrebbero potuto essere raccontate come una specie di romanzo di spionaggio. La Libia ricorreva spesso nella storia italiana, anche in episodi che sono rimasti poco chiari nonostante il passare del tempo. Aerei libici furono coinvolti nell’incidente di Ustica e un caccia dell’aviazione di Gheddafi venne ritrovato abbattuto, pochi giorni dopo, nelle montagne della Calabria. Nel 1986, quando Ronald Reagan decise di lanciare un attacco missilistico contro Tripoli, fu il governo italiano ad avvertire Gheddafi dell’attacco, probabilmente salvandogli la vita.
Gli idrocarburi
Accanto alla tutela della sicurezza nazionale, c’erano anche ragioni economiche a tenere vicine Italia e Libia. L’ENI iniziò a cercare petrolio in Libia nel 1959 e da allora è diventata la più importante società energetica estera del paese. Prima della guerra, l’ENI estraeva da sola circa il 10 per cento di tutto il petrolio prodotto in Libia, mentre nel settore del gas naturale è sostanzialmente un monopolista. «Non è stato solo capitalismo predatorio», racconta Nicolò Sartori, esperto di energia dell’Istituto Affari Internazionali: «L’ENI ha dimostrato una grande capacità di creare network sul territorio, costruendo scuole, infrastrutture e alloggi per i dipendenti. L’ENI ha creato master e corsi di alto livello che hanno prodotto funzionari e persino ministri per il governo libico».
Sono investimenti che hanno pagato. Nel 2010 il 22 per cento del petrolio e il 35 per cento del gas utilizzati in Italia provenivano dalla Libia. Oggi, dopo la crisi, queste percentuali sono calate, rispettivamente al 12 e al 6 per cento, ma l’ENI è rimasta l’unica grande società internazionale a produrre in Libia: «Chi produce oggi in Libia è chi nel paese ha investito e cerca di mantenere i proprio investimenti», spiega Sartori. Se la situazione dovesse tornare a normalizzarsi, l’ENI cercherà immediatamente di tornare a investire in Libia: possiede già una concessione su 9 mila chilometri quadrati di giacimenti non ancora sfruttati. Ma la Libia non è soltanto una comoda riserva di carburante a poco prezzo ad una manciata di chilometri dalle coste italiane. I soldi pagati dall’ENI per sfruttare i giacimenti libici sono spesso ritornati in Italia sotto altre forme. Nel 2011, i fondi sovrani libici avevano investito in decine di aziende italiane, tra cui FIAT, Unicredit, Mediobanca e persino in società di calcio, come la Juventus.
Le critiche
Nel suo libro sull’invasione in Libia del 1911, la “Quarta sponda”, l’ex ambasciatore Sergio Romano scrive che «la politica italiana – assai più di quella di altri paesi europei – è strettamente collegata alle vicissitudini della politica interna». La gestione della crisi di oggi non fa eccezione. La Libia arriva sulle prime pagine dei giornali italiani quasi esclusivamente per i barconi carichi di migranti che approdano a Lampedusa e per le improbabili minacce di marciare su Roma diffuse nei video dello Stato Islamico. Gli attentati di Parigi dello scorso novembre hanno aumentato i timori che anche l’Italia possa essere colpita da un attacco terroristico; e poi ci sono le preoccupazioni di alcuni leader politici che i terroristi possano sbarcare sulle coste italiane a bordo dei barconi, infiltrandosi nei gruppi di migranti.
Con il crescere delle preoccupazioni, il governo italiano ha accelerato i suoi sforzi per far sì che le fazioni libiche trovassero un accordo. Secondo molti esperti, la conferenza di Roma e poi la decisione di appoggiare la formazione di un nuovo governo di unità nazionale sono state in un certo senso un modo per mettere i libici davanti al fatto compiuto. Se il nuovo governo di unità nazionale si fosse riuscito a insediare a Tripoli rapidamente – cosa che finora non è avvenuta, a causa dell’opposizione di alcune fazioni – avrebbe potuto fare una formale richiesta di intervento militare ai paesi occidentali: il nuovo governo libico e i governi occidentali condividono infatti la necessità di sconfiggere lo Stato Islamico in Libia, di iniziare a regolare il flusso di migranti e di mettere al sicuro le infrastrutture energetiche.
Nel dicembre 2015 Emma Bonino e Jean-Marie Guéhenno, presidente dell’International Crisis Group, avevano avvertito in un editoriale pubblicato da Politico.eu del pericolo di chiedere un intervento straniero per sconfiggere lo Stato Islamico, una scelta che a loro dire sarebbe stata affrettata. Un governo senza sufficiente appoggio tra i leader politici e tribali e tra le milizie, scrivevano Bonino e Guéhenno, non avrebbe potuto godere di abbastanza legittimità da poter richiedere un intervento militare straniero. Oggi le loro previsioni si sono rivelate corrette. Il nuovo governo di unità nazionale si trova di fatto in esilio a Tunisi, senza possibilità di insediarsi a Tripoli a causa della minaccia delle milizie più oltranziste. Ed è osteggiato anche dai “duri” di Tobruk, riuniti attorno al generale Khalifa Haftar, una reliquia del regime di Gheddafi che ha cercato senza successo di diventare il nuovo dittatore laico del paese.
Con una soluzione diplomatica che sembra ancora molto lontana, gli alleati dell’Italia stanno cominciando a perdere la pazienza. L’espansione dello Stato Islamico sembra la preoccupazione più grande per i governi di Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Le basi dello Stato islamico sono oramai regolarmente sorvegliate da aerei da ricognizione e l’aviazione americana ha già compiuto diversi attacchi contro i leader del gruppo. Non ci sono state grandi proteste dopo gli attacchi e questo ha rafforzato la posizione di chi invoca un intervento armato anche prima dell’insediamento di un nuovo governo.
L’Italia, al momento, è probabilmente il paese più prudente sulla possibilità di iniziare operazioni militari. In diverse interviste, Gentiloni ha ripetuto che l’intervento potrà essere compiuto solo sotto esplicita richiesta del governo libico. Ma anche in Italia le opinioni sembrano essere divise. Il ministero della Difesa e parte dei vertici militari sembrano più aperti sulla possibilità di intervenire e di recente aerei da ricognizione italiani sono stati trasferiti nella base siciliana di Trapani, da dove potranno cominciare le operazioni sulla Libia. Secondo Pedde, l’Italia sta venendo «tirata per i capelli» verso l’intervento.

Redazione - inviato in data 25/01/2016 alle ore 7.44.09 -

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