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La misura del tonfo

Che la caduta sia stata dura e profonda ce ne eravamo accorti, battendo ripetutamente le terga, ma ogni tanto si rimisura lo sprofondo, riconfermandone la drammaticità. Il fatto che, almeno per ora, la risalita si vede più nel mondo delle chiacchiere che in quello della realtà.
Eurostat, l’istituto europeo di statistica, ha ricalcolato l’andamento della produzione industriale, fra il 2010 e il 2014: non solo l’Italia ha perso ancora l’8.7%, ma sta fra quelli andati peggio, al quindicesimo posto dell’eurogruppo e al venticinquesimo nell’Unione dei 28. Quando il dirupo lo misura l’Istat, il nostro istituto di statistica, le cose non vanno per niente meglio: la nostra produzione industriale è del 31% inferiore rispetto ai livelli massimi di prima della crisi, recuperando solo per il 3%, mentre la Francia ha recuperato l’8, la Germania il 27.8 e la Spagna il 7.5.

A novembre del 2015 avevamo all’attivo uno scarso +0.9, su base annua, ma dovevano registrare un arretramento dello 0.5 rispetto al precedente mese di ottobre. Non solo si va troppo piano, ma ogni tanto si ritorna indietro.

Tutti questi dati dicono che la ripresa non è una fiera, da festeggiare spensierati e appagati, ma un refolo da cogliere con impegno, facendo ogni sforzo perché neanche un fiato vada sprecato. Sono e resto convinto che l’Italia abbia la forza per poterlo fare e, anzi, credo che potrebbe fare assai di più, se solo lasciasse correre le proprie energie produttive e il proprio desiderio di accrescere la ricchezza e la sicurezza di ciascuno, ma è perniciosa la scarsa consapevolezza della classe dirigente, circa quel che accade. Ci metto dentro quelli che stanno al governo, improvvisamente accortisi che tutto va per il meglio, oltre ogni più rosea aspettativa, ma anche quanti prima sostenevano che l’Italia stava marciando, mentre ora, relegati all’opposizione, non riescono a trattenere la soddisfazione nel vederla claudicare. Gli uni e gli altri, a cicli alterni e intercambiabili, sono abbastanza sciocchi da credere che tutto dipenda dai governi, mentre la gran parte della crescita che registriamo (bassa, troppo bassa) è indotta da fattori esterni. Ci fossero anche Pippo, Pluto e Paperino, a governare, la marea si sarebbe comunque alzata. Il punto decisivo è che il nostro vascello s’è elevato meno di quelli accanto, segno non che la marea ci ha in antipatia, ma che le falle aperte non sono state riparate.

Da quanto tempo è che si sente parlare di ristrutturazione della spesa pubblica o, per dirla alla moda, di spending review? Invece la spesa corrente cresce. Secondo alcuni calcoli, su dati della Banca d’Italia, anche in maniera enorme. Da quanto tempo è che sentiamo dire che la pressione fiscale diminuirà? Invece cresce. Il tempo buono per vederla diminuire è sempre il tempo che non abbiamo vissuto, quello futuro. Ma mano a mano che lo si consuma e ce lo si mette alle spalle, quella malefica pressione sfugge e promette di diminuire in un tempo a venire. Né la spesa pubblica né la pressione fiscale, però, sono come l’orizzonte, destinato ad allontanarsi mano a mano che ci si avvicina, entrambe sono agguantabili. Ma a condizione che alle parole segua qualche cosa di simile agli atti concreti. Tanti ne proponemmo, nessuno ne vedemmo.

Il loro crescere, però, non è un semplice fastidio statistico, ma il continuo defluire della ricchezza dalle tasche di chi investe e dalle mani di chi produce alle tasche di chi giace e alle mani di chi prende. Non contenti dello scempio gli si è data anche una veste teorica, elaborando la dottrina della Repubblica dei bonus a nulla, ove è premiato l’esistere, non il fare.

Il 2015 lo abbiamo chiuso, come non passa giorno senza che non ci venga ricordato, con il segno positivo. Vero e bello. Ma di nostro ci abbiamo messo poco. Lo stesso anno, però, ha visto un andamento decrescente, trimestre dopo trimestre, della ripresa. Decrescente, non crescente. Se non si cambia andazzo, e in fretta, il 2016 sarà il secondo anno delle occasioni sprecate. Ed è bastato così poco, solo un petardino inumidito, per far scoppiare il panico e avere rimesso in moto la speculazione. Anziché tirare un immeritato sospiro di sollievo dovremmo trarne la lezione che le occasioni perse sono altrettante trappole innescate. Che, poi, ci si caschi fischiettando giulivi o zuppi di mendace mestizia, cambia poco.

www.davidegiacalone.it
@DavideGiac

Redazione - inviato in data 26/01/2016 alle ore 7.38.59 -

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