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Noi stiamo con Alfa Giubelli.

ALFA GIUBELLI


La mattina del 15 luglio del 1944, due partigiani armati si presentano sull’aia della casa di campagna di Margherita Ricciotti, coniugata Giubelli, a Crevacuore, e chiedono alla donna di seguirli, “per chiarimenti”. La donna, con il marito militare praticamente dal 1935, senza interruzioni, e del quale non ha più notizie da mesi, vive modestamente col suo stipendio da operaia tessile, e ha dovuto far ospitare il figlio maschio da parenti in Germania, tenendo con sé la femminuccia, Alfa, di dieci anni. Un po’ l’aiuta il sussidio che ogni mese va a prendere alla Federazione fascista di Vercelli. La famiglia del marito è di sentimenti fascisti: il padre è stato tra i primi mussoliniani del paese, e suo figlio Calimero qualche scapaccione l’ha dato, ai “tempi belli”. Una brutta carta di presentazione ora che la guerra civile dilaga, e, infatti Margherita prova a fare resistenza, non vuole andare con quegli uomini armati, teme il peggio. Quelli, però, la prendono a forza e la trascinano via, senza curarsi della bambina che si è letteralmente avvinghiata alla madre. Uno strano corteo si avvia così verso il cimitero: due uomini con i mitra a tracolla, una donna che, anche se impaurita, conserva un aspetto fiero, e una bimba che le si tiene stretta, quasi per timore di perdersi. Margherita, già quando hanno preso quella strada di campagna ha capito cosa la aspetta. La certezza gliela dà la presenza, in una cascina abbandonata di fianco al cimitero, di altri tre uomini armati e di Aurelio Bussi , nome di battaglia Palmo, capo partigiano della zona e primo sodale del “grande capo”, Francesco Moranino. D’altra parte, le parole con le quali, dopo un breve interrogatorio a quattr’occhi, si accomiata sono inequivocabili: “E’ arrivata la tua ora, cara Margherita”. Poi un cenno agli uomini, perché sparino, così, a freddo, alla schiena, ad una donna inerme. La bambina assiste inerme ed impotente, gli occhi sbarrati, indifferente al fatto che quegli uomini che le hanno appena portato via la mamma, stanno ora decidendo la sua sorte. E’ una testimone: qualcuno pensa a sopprimerla, ma alla fine prevale un po’ di umanità e non se ne fa niente. Nessuna pietà, invece, per lo zio, Calimero. Due partigiani vanno a prelevarlo in fabbrica, lo portano dal Bussi che gli notifica la condanna a morte: “Ti ricordi quando mi hai mollato un ceffone perché non ho fatto il saluto romano, alla sfilata del 28 ottobre ?”. E giù, una scarica di mitra anche per lui. Ma non è finita ancora: due giorni dopo tocca alla donna di Calimero, Caterina Bollazzi, che, insospettita per la sua scomparsa, ha cominciato a cercare e fare domande: “giustizia” partigiana anche per lei.... Alfa, frattanto, è tornata in paese e viene ospitata da parenti. Cresce un po’ solitaria e malinconica, scrive poesie e convive, giorno e notte, col ricordo di quella dolcissima madre che la cattiveria umana le ha ingiustamente portato via. Si sposa, appena quindicenne, ma non è felice, perché non riesce ad avere figli (e gli psichiatri in sede processuale accerteranno che il blocco è solo di origine psicologica. Infatti, una volta scarcerata avrà due figli), e non basta a ridarle la felicità il ricongiungimento col padre, trovato ricoverato all’Ospedale militare di Baggio. Il suo pensiero è sempre a quel maledetto 15 luglio. Una mattina, in paese, al centro di un gruppo di persone, riconosce il Bussi, che è diventato Sindaco ed è stato insignito della medaglia d’oro della resistenza. Si avvicina e gli grida sul viso: “Assassino”, finchè una zia non la porta via. Il marito, per allontanarla dai brutti ricordi, si trasferisce a Milano, fin quando la perdita del lavoro (e il destino cinico e baro) non porta la famiglia sul lago d’Orta, ad Alzo, non lontano da Crevacuore....Il pomeriggio del 7 marzo del 1956, Alfa decide di regolare i conti col suo passato. Prende la pistola del marito che è al lavoro, passa a salutare la zia, e sale sulla corriera che da Alzo porta al bivio di Berzonzo. Lì cambia con una coincidenza che la porta a Borgosesia, scende, fa qualche chilometro a piedi e arriva a Crevacuore Per prima cosa va in Comune a cercare il Sindaco, ma non lo trova. La indirizzano a casa, ma niente anche lì, poi alla Cooperativa dove va spesso a bere qualcosa, ma ancora niente. Finchè uno, a mezza voce le dice di cercarlo a casa di Rina Perolini, con la quale ha una relazione extraconiugale da dieci anni. E, infatti, lo trova lì, seduto a tavola per la cena. Lo chiama d alta voce e quello si alza e le si avvicina, forse scambiandola per la nuova ostetrica. Quando le è di fronte, Alfa estrae il revolver dalla borsetta, e a voce ferma, chiara e forte, dice: “Sono Alfa Giubelli, la figlia di Margherita Ricciotti”. Poi spara un colpo. Il Sindaco, però, è un uomo forte e robusto, non cade, anzi le va incontro e la colpisce con un pugno. Altri tre colpi e i due cadono a terra, col Bussi ormai cadavere addosso ad Alfa. E’ finita: la lunga giornata

iniziata il 15 luglio di 12 anni prima si è finalmente conclusa. Alfa si costituisce ai Carabinieri, e affronta con dignità il processo. Le sarà riconosciuta la seminfermità di mente e la condanna sarà lieve: cinque anni e tre mesi di reclusione, grazie anche alla bravura dei difensori, tra i quali è magna pars il futuro Senatore missino Gastone Nencioni. Ci sarebbero da dire due parole sul processo, che diventa un processo a tutta la Resistenza, della quale tipico esponente è la vittima: violento fino alla brutalità; insignito di medaglia d’oro per una “battaglia di Crevacuore” che fu solo uno scontro di pattuglie, con due vittime: un civile e un partigiano; uomo di fiducia del boia Moranino. E qui si inserisce la consueta manovra “complottista” del PCI: gli avvocati di parte civile provano a far passare la tesi di “mandanti occulti” che hanno commissionato l’omicidio per impedire che la vittima si recasse a testimoniare a favore del suo capo nel processo per l’eccidio di Portula. Tesi che non convince nessuno, così come quella che vorrebbe la mamma di Alfa “spia fascista” solo perché ogni mese si recava alla Federazione di Vercelli a ritirare il sussidio per il marito disperso. E, infine, come spesso succede, anche nelle più grandi tragedie non manca mai la nota (involontariamente ?) comica: sul periodico dell’ANPI appare un articolo che, per giustificare l’omicidio della mamma di Alfa, la descrive come spia fascista, con fratelli brigatisti neri e una nonna che: “manganellò e distribuì olio di ricino a decine di lavoratori durante il fascismo”. Alfa Giubelli uscirà dal carcere nel 1961, troverà il marito ad aspettarla, avrà due figlie femmine e vivrà, finalmente serena, in dignitoso silenzio, forse nemmeno consapevole di essere stata –come qualcuno aveva scritto- l’ “eroina degli sconfitti”.
Giacinto Reale





Alfa Giubelli aveva solo dieci anni quando, nel 1944, arrivó l’ordine del partigiano Aurelio Bussi (nome d’arte “Palmo”) di prelevare la madre dalla sua abitazione di Crevacuore, nel biellese, “perché fosse interrogata”.
Margherita Ricciotti era moglie di un soldato partito per la guerra e la sua famiglia era sempre stata di sentimenti fascisti.
“Tutti i Ricciotti sono spie – aveva sentenziato “Palmo” – e le spie fasciste vanno eliminate”. L’ordine era arrivato dall’alto, da “Gemisto” (alias Francesco Moranino, deputato comunista del dopoguerra la cui grazia da parte del presidente della repubblica Saragat, nel 1965, era stata barattata dal pci in cambio dei voti per la sua elezione).
La donna, che nulla sospettava e pensava di sbrigare la faccenda in poco tempo, s’era portata con sè la figlia ma invece d’essere accompagnata al comando fu portata al cimitero.
Una raffica di mitra sparata da “Palmo”, alla presenza della bambina impietrita dal terrore, chiuse rapidamente la pratica.
Altrettanto rapidamente fu archiviata la pratica giudiziaria, quando nel 1953 il pubblico ministero chiese ed ottenne dal giudice istruttore di Vercelli l’archiviazione del caso poiché il fatto andava qualificato come “azione di guerra” e dunque non era punibile.
Tre anni dopo Alfa, sposatasi giovanissima con un ex maró della Decima Mas, il mattino del 7 marzo, prende dal cassetto la pistola del marito e sale sulla corriera per Crevacuore dove il Bussi, naturalmente insignito di medaglia d’oro per gli atti di valore compiuti nel corso della Resistenza, era nel frattempo divenuto sindaco, eletto nelle file del pci.
Rintracciato l’eroe partigiano a casa della sua convivente , dopo aver pronunciato le parole “sono Alfa Giubelli, la figlia di Margherita Ricciotti”, lo fa secco a pistolettate e si costituisce immediatamente alla caserma dei carabinieri.
Al processo Alfa é condannata a cinque anni e tre mesi di reclusione, pena mite che le viene inflitta col riconoscimento delle attenuanti.

Noi stiamo con Alfa Giubelli.

Dal periodico “Atuttadestra'
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Anonimo - inviato in data 12/08/2018 alle ore 15.33.21 -

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