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Martino: “Oggi troppi vivono “di” politica e non “per” la politica”

Europa, flat tax, immigrazione, politica nazionale e altro ancora in questa intervista a Antonio Martino.

In un’epoca di campagna elettorale permanente, dominata dalla ricerca disperata del consenso a breve termine, Antonio Martino si ostina a coltivare il sogno di un’Italia (e di un Europa) autenticamente liberale. Dove i soldi di tutti non siano considerati soldi di nessuno. E dove gli Stati Uniti siano ancora visti come un esempio da seguire, a differenza della rotta tracciata dai burocrati di Bruxelles. Ministro della Difesa e capo della Farnesina con Berlusconi, si può dire che l’Europa l’abbia vista nascere: il padre Gaetano, da ministro degli Esteri, fu tra i principali promotori, negli anni Cinquanta, dell’avventura europea, assieme agli altri grandi costituenti, come Alcide De Gasperi, Altiero Spinelli, Konrad Adenauer, Robert Schuman.

Che cosa penserebbe suo padre dei nuovi vertici dell’Ue appena eletti?

Si strapperebbe i capelli. Le vicende europee mi hanno completamente disgustato. L’Unione europea procede in direzione opposta rispetto al sogno dei padri fondatori. La vera Europa non è certo questa, dove anche i Paesi più piccoli, come Malta e Lussemburgo, procedono per conto loro. Dove non esiste un governo europeo, ma solo una serie di accordi che noi giudichiamo intoccabili.

Come il fiscal compact, l’obbligo di tenere il debito sotto controllo rispetto al pil?

Non ha senso, e per questo in Parlamento scelsi di votare contro. Prendiamo gli Stati Uniti: ogni singolo Stato americano persegue la politica di bilancio, fiscale e tributaria che più ritiene opportuna, in piena libertà. Non si è mai visto un americano che si preoccupa dello spread tra i titoli di Stato della California e quelli del Texas. Allo stesso modo non vedo perché i tedeschi debbano preoccuparsi dei nostri titoli di Stato.

Possiamo finanziare la flat tax facendo debito? Fino a che punto?
In generale sono favorevole al pareggio di bilancio. E non per ragioni economiche, ma di etica politica, come pensava Marco Minghetti nel 1876. Non credo che sarebbe giusto fare spesa in deficit solo per far dispetto all’Europa. Detto questo, è da idioti la discussione su come finanziare la flat tax. Se fatta come si deve, la flat tax si autofinanzia. Un’imposta unica al 15% farebbe aumentare il gettito, dunque non costa niente: anzi, rende. Ma ripeto, occorre farla bene.

Propugna il ritorno alla sovranità monetaria?
Non arrivo a tanto. Sarebbe molto difficile e costoso, poiché questi sprovveduti a Bruxelles hanno creato una moneta unica senza porsi una domanda: che cosa facciamo se non funziona? In pratica ci hanno chiusi in una cella buttando via la chiave. O, se vogliamo, si sono messi a bordo di una scialuppa senza preoccuparsi del salvagente.

Eppure, queste sono le regole cui dobbiamo adeguarci. Sospetta siano state concepite per aiutare grandi potentati economici e bancari?
Di tanto in tanto emergono interessi particolari, ma se ci troviamo in questa situazione le cause sono due: incapacità e superficialità. L’Europa sarebbe diversa se, ad esempio, avesse una vera Costituzione. Quella degli Stati Uniti può essere stampata in due fogli di carta, mentre il trattato di Lisbona sono 2.000 pagine. E nessuno l’ha mai letto davvero. Avremo un vero governo europeo quando esisterà finalmente una politica estera e di difesa comune.

Dunque, la mancanza di solidarietà tra Stati sulla difesa dei confini è un simbolo del fallimento europeo?
Il problema dell’immigrazione di massa e del terrorismo riguarda tutti gli Stati. Eppure, su questi temi non c’è una linea comune, solo accordi raffazzonati. Ma se abbiamo frontiere comuni, va da sé che quelle frontiere debbano essere difese da tutti gli Stati, indipendentemente dalla loro collocazione geografica. Invece qui ognuno pensa a sé stesso.

Insomma, la sfida del futuro è saper gestire i flussi migratori. A quali rischi andiamo incontro?

Ci sono 300 milioni di musulmani tra i 15 e i 29 anni, quella che i demografi chiamano “età di combattimento”. Questi potenziali combattenti sono dislocati nella sponda Sud del Mediterraneo e in Medio Oriente. Sono disoccupati, affamati, e convinti da una propaganda estremistica che tutti i loro guai siano dovuti ai peccati dell’Occidente. Una volta questo squilibrio avrebbe dato un esito certo: la conquista dell’Europa da parte dell’islam.

E oggi?

Oggi le tecnologie militari rendono improbabile questo evento. Ma dobbiamo fare i conti con i figli più piccoli della conquista: l’immigrazione di massa e il terrorismo. Di fronte a questi problemi enormi, l’Europa tace. Non esiste.

In tutto ciò, che fine ha fatto l’atlantismo? I rapporti tra Stati Uniti ed Europa sembrano ai minimi termini.

Ciò che Donald Trump addebita ai membri della Nato è che non facciano la loro parte. Lo standard Nato prevede di spendere il 2% del Pil per la difesa. Invece noi, soprattutto l’Italia, paghiamo molto meno, e per giunta le decisioni sono prese a livello nazionale, producendo duplicazioni, sprechi e inefficienze. Ve la immaginate la Casa Bianca che delega ai singoli Stati le decisioni sulle forze armate?

Avverte un ritorno di antiamericanismo sul continente europeo?

Gli europei se la prendono con Trump, ma dentro di loro sono convinti che in caso di difficoltà l’America manderebbe i suoi figli a morire per la difesa dell’Europa. Si illudono. Gli americani lo hanno già fatto due volte, in passato. Oggi la famiglia media americana ha un solo figlio, e certo non vorranno sacrificarlo per salvare dei Paesi che non pagano per la propria difesa.

Non la preoccupano i rapporti privilegiati della Russia di Vladimir Putin con la Lega?

Non mi scandalizzano. Magari sono poco eleganti, ma il mondo è cambiato. Non esiste più l’Unione sovietica. L’adesione della Polonia alla Nato è stata firmata, me presente, nella stessa sala in cui venne siglato il Patto di Varsavia. Come mi disse un ministro dell’Europa dell’Est, “non solo abbiamo ucciso il comunismo, ma balliamo sulla sua tomba”.

Qual è dunque il giusto atteggiamento da tenere nei confronti del gigante russo?

Una volta esisteva un’alleanza di difesa, la Nato, che è esclusiva, nel senso che esclude i Paesi contro i quali è stata creata. Oggi la Nato è un’alleaza di sicurezza inclusiva, nel senso che più sono i Paesi che ne fanno parte, più è efficace di fronte a interessi comuni come la lotta al terrorismo. Per questo esiste il Consiglio Nato-Russia: ci sono problemi comuni che vanno affrontati insieme.

Quasi tutti i giornali dicono che Salvini è stretto in un angolo, mentre i sondaggi quotano la Lega intorno al 36%. Non è paradossale?

Salvini non cessa di stupire. Qualsiasi cosa faccia sembra giovargli sul piano elettorale. Questo dovrebbe suggerire maggiore cautela nel giudicare l’operato dei politici. Se così tanta gente si affida a lui, un motivo ci sarà.

Lei è il proprietario della famigerata tessera numero 2 di Forza Italia. Oggi il centrodestra sarebbe pronto a ripresentarsi alle elezioni in stile 1994?

Non è facile. Quel tipo di centrodestra, basato sulla democrazia dell’alternanza, è stata la grande invenzione di Silvio Berlusconi. Ma oggi pare stritolato dagli eventi. Si sta disgregando da un lato a causa dell’alleanza tra Lega e 5 stelle, dall’altro per via di Matteo Renzi.

Cioè?

La crisi del centrodestra coincide con la crisi del suo vecchio antagonista, il Partito democratico. Renzi ha rottamato l’anima tradizionale del Pd, fondata sull’eredità del vecchio Pci. Ha mandato a casa tutti gli ex comunisti. Risultato? Oggi i membri del Pd non ti sanno dire per quale motivo si dovrebbe votare per loro.

Chi è l’erede di Berlusconi?

Di eredi non ne vedo. Forza Italia è ancora un partito costruito su una persona, che ha influenzato tantissimo il sottoscritto, il quale ha ricambiato. Ci siamo influenzati a vicenda, insomma. Certamente nel ’94 Berlusconi ha evitato la spaccatura del Paese, conciliando due partiti antitetici come Lega Nord e Alleanza nazionale. Oggi è ancora energico, ma tenere insieme il partito è complicato.

Tornerà alla politica attiva?

Il vero liberale è quello che, prima di candidarsi, studia, lavora, e trova un posto nella società, magari facendosi gli affari propri. Oggi purtroppo la politica è affidata a quelli che non avendo affari propri di cui occuparsi, si impicciano degli affari altrui: vivono “di” politica, e non “per” la politica. Invece il buon politico è quello che un giorno si può alzare e dire: “Arrivederci a tutti, io me ne vado”.

Federico Novella, “La Verità”

https://www.laverita.info

Redazione - inviato in data 14/08/2019 alle ore 18.04.04 -

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