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COVID-19: Cronache della psichiatria nella epidemia.

COVID-19: Cronache della psichiatria nella epidemia.
di Gerardo Favaretto


Nelle cronache di oggi riporto un prezioso contributo di Bernardo Carpiniello direttore della clinica psichiatrica dell’Università di Cagliari e past president della Società Italiana di Psichiatria che mi ha inviato un paio di giorni fa e che ringrazio per il suo intervento. E’ una riflessione diretta e coraggiosa, che guarda in faccia il problema e si chiede che cosa è e sarà della Psichiatria adesso e dopo questa crisi.

Abbiamo bisogno di pensieri. Abbiamo la necessità di scambiarli e di capire insieme cosa possiamo e dovremo fare. Invito ancora chi volesse proporre delle riflessioni, o anche più semplicemente descrivere delle situazioni, di inviarmi una mail a gerfavaretto@gmail.com




La cura ai tempi del Corona Virus di Bernardo Carpiniello
Abituati a vivere in un’era di sempre più avanzato progresso tecnologico, la pandemia che stiamo tristemente attraversando è stata come un violento schiaffo in faccia, che ci ha richiamati ad una realtà di cui avevamo perso forse ogni cognizione: la intrinseca fragilità dell’essere umano e delle sue costruzioni sociali ed economiche. Ci credevamo invincibili, o quasi, benché terremoti, emergenze climatiche, carestie, incidenti nucleari ricorrentemente ci avessero ricordato quanto sia prepotente la forza della natura matrigna di Leopardiana memoria. La differenza, però, rispetto a quanto stiamo vivendo, sta nel fatto che, per quanto drammatici siano questi eventi, lasciano aperta una via di fuga psicologica rispetto alla paura e all’orrore, almeno per coloro che non ne sono direttamente coinvolti, grazie al distanziamento emotivo reso concretamente possibile dalla lontananza spaziale dal luogo dell’evento.
In effetti, anche agli inizi di questa epidemia, lo stesso meccanismo aveva funzionato per un po'. Ci siamo prima illusi che la Cina fosse lontana, troppo lontana perché accadesse anche a noi; poi abbiamo continuato a coltivare l’illusione, dapprima pensando che chiudere le frontiere e bloccare i viaggi aerei ci potesse preservare, successivamente immaginando che la nostra protezione civile e il servizio sanitario nazionale, che sono ritenuti unanimemente di livello avanzato, potessero fare da argine. Poi il virus in poche settimane ha dilagato anche da noi, e non soltanto, ed è diventata pandemia. E’ allora che abbiamo capito che questa natura è davvero più forte di noi, e alla paura si è aggiunto lo sconcerto e la disperazione. Anche il distanziamento sociale e l’isolamento domestico, che in fondo consistono nel frapporre una distanza spaziale rispetto al male, contenendo il rischio fisico e anche la paura, non sono più bastati, per lo meno sul piano psicologico. Attualmente nessuno si sente davvero sicuro e viviamo aggrappati alla speranza che prima o poi abbiano effetto le misure straordinarie di limitazione della libertà personale imposte alla fine dal Governo per vincere la estrema forma di difesa psicologica messa purtroppo in atto ancora da molti, la negazione del pericolo. E abbiamo iniziato sempre più a sperare nella scienza, nella rapida dimostrazione della efficacia di un qualche farmaco e nella messa a punto di un vaccino. E intanto continuiamo a vivere un senso di precarietà dell’esistenza come forse mai era accaduto dai tempi dell’ultima guerra. Esorcizziamo la paura con quelle manifestazioni collettive di autosostegno che sono i flash mob fatti di canti ai balconi e di bandiere al vento. Sfoghiamo quella che è la rabbia di chi si sente inerme accusando ed inveendo contro il nemico di turno, quello che non ci ha mandato aiuti sanitari, quell’altro che ci ha chiuso le frontiere, quell’altro ancora che ci rimanda o permette che tornino a casa i nostri connazionali/corregionali/concittadini, esponendoci al rischio di contaminazione. Nel frattempo accade anche che il forzato e prolungato isolamento domestico innesca tensioni all’interno delle famiglie e dei gruppi di convivenza, un fatto che chi lavora nei servizi di salute mentale come chi vi scrive si trova a registrare sempre più spesso. Così, accanto all’innesco o alla accentuazione dell’ansia di malattia o ipocondria che dir si voglia, della depressione e delle ruminazioni sempre più cupe sul sé, sul mondo, sul futuro, accanto alle proiezioni persecutorie e alle fantasie deliranti (è di qualche giorno fa la notizia di un nostro paziente che sostiene di essere lui l’”untore”, quello che ha creato il coronavirus in laboratorio), comincia a salire l’aggressività. Di tanto in tanto veniamo chiamati da familiari e conviventi allarmati, impauriti, per la comparsa o la ricomparsa di comportamenti minacciosi o di manifestazioni di violenza fisica nel congiunto che noi curiamo Ma soprattutto famiglie e associazioni lamentano l’inevitabile contrarsi della rete di assistenza che la psichiatria italiana era riuscita comunque a mettere su in questi faticosi quaranta anni di riforma. Quello che non era ancora riuscito di fare alla sistematica e colpevole contrazione delle risorse finanziarie, di personale e di strutture per il sistema della salute mentale italiano è riuscito a farlo questo virus. Nella gran parte dei dipartimenti italiani l’attività ordinaria dei centri di salute mentale si è ridotta ai minimi termini, per lo più limitandosi alle urgenze e a sostenere gli assistiti con il contatto telefonico, anche perché le forme un po’ più “dirette” di comunicazione, come quella audiovisiva (es via Whatsapp, Facetime, Skype) sono raramente possibili per i nostri pazienti, che purtroppo, specie nel Sud-Isole, appartengono alle fasce di più basso reddito della popolazione, e non hanno i mezzi e/o le competenze per sfruttare la molto citata ma poco praticata “telepsichiatria”. Allo stesso modo i Centri Diurni, i Day Hospital territoriali, e in generale gran parte delle attività di tipo riabilitativo, finalizzate alla risocializzazione e al supporto alla persona, sono quasi dappertutto ferme. Ovviamente questo aumenta il senso di abbandono e di solitudine dei nostri pazienti ma anche la frustrazione di noi operatori, che ci rendiamo conto di tutto questo, della nostra impotenza e dei limiti della nostra azione, dovendo peraltro fare i conti con una realtà inusitata, la paura di esporsi al contagio, in una situazione di grave carenza di dispositivi di protezione individuale (per noi e per gli assistiti). E’ triste dire che ancora una volta la psichiatria è l’ultima ruota del carro. Chi governa il nostro sistema sanitario nazionale e regionale sembra aver dimenticato che in Italia esiste forse l’unico vero sistema territoriale organizzato che eroga capillarmente una assistenza domiciliare (a parte il sistema della emergenza e della medicina generale), quello della Salute Mentale. Ma questa territorialità vuol dire maggiore esposizione ai rischi, nelle attività ordinarie e tanto più nelle urgenze. Qualcuno ha idea di cosa voglia dire gestire un ricovero per trattamento sanitario obbligatorio a casa di una persona in grave scompenso psicotico, spesso ignota ai servizi, e per di più privi di dotazioni di protezione di secondo/terzo livello? Qualcuno sa cosa sta succedendo in tantissimi Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura Ospedalieri, dove già si sono dati casi di ricoveri di pazienti gravi, con sospetta o confermata infezione in atto, che i nostri colleghi non sanno spesso come gestire, per lo più per la assenza di direttive e misure organizzative precise, che solo in alcune aree della nostra nazione sono state alla fine chiaramente adottate, spesso proprio grazie alla buona volontà e alla capacità dei nostri Colleghi. Purtroppo è triste segnalare che in questi casi si vede tutto insieme l’effetto dirompente del “doppio stigma”, quello di essere paziente psichiatrico e per di più Covid+. Che io sappia, non abbiamo segnalazioni in Italia di quello che già sta accadendo negli USA, che le persone con disabilità psichica non vengano sottoposte a intubazione per tentare di salvare lo loro vita. E mi auguro che questo non avvenga mai.
Infine, vorrei gettare uno sguardo sul futuro. Supereremo tutto questo, ne sono sicuro, cosi come son certo che una nuova consapevolezza si va delineando in tutto il sistema paese delle nostre fragilità, delle aporie, degli errori del passato, in primis la progressiva destrutturazione del nostro sistema sanitario pubblico. Probabilmente ci sarà una inversione di tendenza, tutti lo speriamo. Noi, come psichiatri, dovremo sicuramente ancora batterci perché la salute mentale non continui ad essere una salute di serie B. Qualche anno fa diventò famoso lo slogan, invero molto smart, “non c’è salute senza salute mentale”, che da noi a dire il vero non è sembrato aver avuto ricadute concrete. In una situazione in cui una emergenza drammatica come questa ha fatto emergere chiaramente la consapevolezza del ruolo primario della Medicina nel salvare vite umane, temo che una disciplina come la nostra, che solo apparentemente di vite non sembra salvarne, possa finire come il vaso di coccio fra i vasi di ferro nella allocazione delle future, auspicabili, maggiori risorse. Sarà difficile, ma dovremo farlo, far capire che tutelare la salute mentale può salvare la capacità della gente di vivere serenamente e al meglio la vita, e, perché no, tornare a produrre, per il bene di una Nazione che , temiamo, una volta uscita dal tunnel della pandemia, potrebbe patirà una lunga e grave crisi economica, con i suoi prezzi in termini di ansia, depressione, disturbo da stress postraumatico, suicidi.



http://www.psychiatryonline.it/node/8537

Anonimo - inviato in data 29/03/2020 alle ore 22.38.24 -

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