Europa e identità nazionali

Michele Marsonet - lsblog.it
Continua senza sosta la campagna di denigrazione nei confronti di parecchie nazioni dell’Europa dell’Est – tutte ex satelliti dell’Unione Sovietica – che sfidano ormai apertamente le direttive di Bruxelles. Finora la UE era stata sì contestata, ma sempre da forze tutto sommato minoritarie nei rispettivi Paesi. Adesso il problema è più serio, giacché a lanciare la sfida sono alcuni governi nazionali. La lista dei “brutti, sporchi e cattivi” si sta allungando. Non più soltanto ungheresi e slovacchi. Entra in scena anche la Polonia, che pesa di più rispetto agli Stati confinanti, con un’economia tuttora in crescita e una collocazione geografica strategica tanto per l’Unione Europea quanto per la NATO.

I commenti che si leggono al riguardo sono, quanto meno, superficiali e fuorvianti. Ci viene spiegato che si tratta di nazioni con secolari tradizioni di xenofobia, che stentano a entrare nella modernità dopo essersi liberate dal giogo sovietico. Tale dominazione, ci spiega Antonio Armellini sul Corriere della Sera, “ha annegato per cinquant’anni le identità nazionali in un internazionalismo posticcio, impedendo una autonoma riflessione politica e isolando il dibattito da ciò che si andava sviluppando criticamente altrove. Caduto il diaframma con la fine dell’URSS, tutto è sembrato ripartire dalla situazione esistente nell’immediato dopoguerra, se non in molti casi prima”.

Per farla breve, secondo l’autore del pezzo nei Paesi suddetti tanti non capiscono che l’adesione alla UE implica soprattutto condividere un modello di libertà e di tolleranza ancor prima che economico, essendo l’Unione “portatrice di valori di civiltà che ne rappresentano l’irrinunciabile essenza comune”. Ma è davvero questa l’unica spiegazione possibile?

In realtà la tolleranza – quella vera – non può mai essere a senso unico. Si tollerano di buon grado gli altri quando pure loro tollerano noi. Altrimenti è proprio la tolleranza a rivelarsi posticcia e presente solo sulla carta. Se ne sono finalmente accorti, sia pure con enorme ritardo, i francesi, gli inglesi e, soprattutto, i belgi, risvegliati da un lungo sonno dopo aver scoperto che interi quartieri della loro capitale e di altre città sono totalmente sfuggiti al controllo delle autorità (per non parlare di quello delle forze dell’ordine).

Pur essendo molto legate alla Germania per motivi economici, le nazioni di cui sopra (alle quali vanno aggiunti baltici e finlandesi) non si sono fatte intimorire dalle minacce tedesche di tagliare i fondi strutturali comunitari. Al contrario vanno dritte per la loro strada. Probabilmente intuendo che il dominio di Angela Merkel nel suo stesso Paese è meno solido di un tempo, anche a causa delle sue molte dichiarazioni avventate circa il problema dei migranti.

Il nocciolo della questione è in fondo il seguente. Si possono cedere larghe fette di sovranità in presenza di un’entità sovranazionale ben strutturata e diretta da leader con le idee chiare. E non credo che tali caratteristiche siano attribuibili all’attuale UE e a ectoplasmi come Jean-Claude Juncker e Federica Mogherini.

Può anche darsi che, in parte, l’atteggiamento di molti Paesi dell’Est sia dovuto a un inguaribile provincialismo, tesi che molti in Italia e altrove si sforzano di diffondere. A me pare, però, che ci sia ben altro. Dopo aver recuperato con grande fatica identità e tradizioni nazionali, tali Paesi non intendono rinunciarvi a cuor leggero, consegnandosi a un internazionalismo diverso da quello sovietico, ma pur sempre sprezzante nei confronti dei problemi identitari.

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Estratto da www.lavocedilucca.it/post.asp?id=47531
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