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  • 30/08/2025 09:43

La rana che salta fuori: oltre la retorica della borghesia agguerrita

Negli ultimi anni è diventato frequente sentire racconti cupi sulla condizione sociale ed economica italiana. L’immagine della “rana bollita” — che non si accorge di morire a fuoco lento — è suggestiva, ma rischia di trasformarsi in una caricatura che deresponsabilizza e ignora la realtà: il nostro Paese non è solo passività, rassegnazione e declino. C’è una società viva, che resiste, si organizza e prova a rimettere in discussione i rapporti di forza. Oltre i numeri: leggere la complessità È innegabile che salari e pensioni abbiano sofferto. L’erosione del potere d’acquisto, la mancanza di un salario minimo legale e i cosiddetti “contratti pirata” hanno reso fragili ampie fasce di popolazione. Anche la rivalutazione delle pensioni è stata spesso usata come merce di scambio per politiche fiscali discutibili. Ma fermarsi solo a queste cifre, senza contestualizzarle, porta a una visione monolitica e fatalista. L’Italia resta infatti uno dei Paesi con la spesa pensionistica più ampia d’Europa e con una rete di protezione sociale che, pur insufficiente, evita il tracollo a milioni di famiglie. I dati vanno letti in equilibrio: non negare i problemi, ma nemmeno raccontare una catastrofe senza uscita. Non solo rassegnazione: la resistenza sociale L’idea che i “ceti subordinati” siano ormai rassegnati non regge all’esame dei fatti. Negli ultimi anni si sono moltiplicati scioperi nei settori della logistica, della scuola, della sanità; sono nati movimenti territoriali contro il caro-affitti, il precariato giovanile, le privatizzazioni. Gli studenti riempiono le piazze, i rider hanno ottenuto visibilità e riconoscimenti giuridici, i lavoratori della cultura hanno aperto vertenze inedite. Questo fermento non è “rana bollita”: è semmai una rana che tenta, con fatica, di saltare fuori dalla pentola. Non sempre riesce, ma il movimento esiste e non può essere liquidato con un’immagine pessimistica. La borghesia non è un blocco compatto Anche l’idea di una borghesia unita e agguerrita è più mitologica che reale. Le élite economiche italiane sono spesso divise, incapaci di esprimere una visione di lungo periodo. Si muovono tra conflitti interni, rendite di posizione e fragilità strutturali (basti pensare alla cronica difficoltà del nostro capitalismo familiare ad innovare). Non esiste dunque un nemico monolitico, ma piuttosto una pluralità di interessi che si contendono potere e risorse. Nuovi spazi di organizzazione La crisi ha però anche aperto scenari di innovazione sociale: cooperative, economie solidali, sindacati di base, piattaforme digitali di partecipazione civica. Laddove la politica istituzionale si è mostrata incapace di rappresentare i bisogni reali, sono cresciute forme di auto-organizzazione che dimostrano come la rana possa non solo sopravvivere, ma reinventarsi. Pensiamo alle mobilitazioni ambientali, ai movimenti per un salario minimo europeo, alle reti di mutuo soccorso emerse durante la pandemia: tutte testimonianze di una società che non si limita a subire. Conclusione: dalla metafora alla realtà Se vogliamo capire l’Italia di oggi non basta raccontarla come una pentola che bolle sotto il dominio di una borghesia onnipotente. Serve riconoscere i problemi strutturali — salari bassi, precarietà, povertà crescente — ma anche dare voce a chi non si rassegna. La vera sfida non è accettare l’immagine della rana bollita, ma far emergere le energie diffuse che stanno già tentando di saltare fuori dall’acqua. Perché il futuro non si costruisce con metafore rassegnate, ma con azioni collettive, concrete e quotidiane.

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