Del Ghingaro, un’altra idea di amministrazione
Io Del Ghingaro l’ho sempre guardato come si guarda uno che viene dalla stessa terra e più o meno dalla stessa generazione: senza mitizzarlo, ma nemmeno liquidandolo in due righe. Perché il suo percorso, piaccia o no, è di quelli costruiti passo dopo passo, prima nel lavoro e poi nelle istituzioni, senza il paracadute della politica di professione.
Giorgio Del Ghingaro arriva alla politica dopo anni di mestiere vero. Tributarista, revisore dei conti, uno che con i numeri ci ha lavorato sul serio e che sa cosa vuol dire firmare carte che hanno conseguenze. Questa cosa, da amministratore, se la porta dietro sempre: attenzione ai bilanci, diffidenza per le scorciatoie, poca voglia di raccontarla più grande di com’è. Non è uno che ama delegare tutto, anzi: studia, legge, entra nel merito. E questo, nel bene e nel male, lo ha sempre distinto.
A Capannori fa il sindaco per dieci anni, dal 2004 al 2014. Un Comune grande, complicato, con mille frazioni e altrettanti problemi. Governa a lungo perché la gente, evidentemente, quel modo di amministrare lo riconosce. In parallelo cresce il suo peso istituzionale: sanità, welfare, coordinamento tra Comuni. Ruoli spesso invisibili al grande pubblico, ma fondamentali. Presidente della conferenza dei sindaci, incarichi in Federsanità, responsabilità in ambito ANCI: tutte cose che non portano applausi, ma ti insegnano a tenere insieme interessi diversi e a prenderti colpe che non fanno curriculum.
Qui, da lucchese, va detto: Lucca queste competenze le ha sempre viste passare di lato, senza mai portarsele davvero in casa. Del Ghingaro non si è mai candidato qui, non ha mai guidato una lista lucchese, ma sul territorio ci ha lavorato eccome. E chi stava nei tavoli istituzionali lo sa.
Poi arriva Viareggio. Una scelta che, vista da fuori, sembrava quasi masochistica. Città in difficoltà, reduce da dissesto, politicamente nervosa. Lui ci va senza presentarsi come uomo forte, ma come amministratore. Vince, inciampa subito in una vicenda giudiziaria che lo tiene lontano dal Comune per mesi, e quando rientra non fa il martire: si rimette a lavorare. Governa anni duri, con decisioni che non fanno felici tutti, ma con una presenza costante. Nel 2020 viene riconfermato, segno che una parte consistente della città ha valutato il lavoro più delle polemiche.
Fuori dall’ufficio, Del Ghingaro resta una figura poco costruita. Ama la poesia, l’arte, la lettura. Ha una passione vera per il vino, tanto da essersi diplomato sommelier, e per lo sport praticato senza esibizionismi. Non è il sindaco da selfie continuo, ma quello che preferisce una serata a discutere di libri o di città piuttosto che una passerella.
E allora, da lucchese suo coetaneo, la domanda viene naturale: avrebbe potuto essere un’alternativa anche a Lucca? Forse sì. Non perché avrebbe messo tutti d’accordo – probabilmente il contrario – ma perché rappresenta un’idea di amministrazione che qui spesso invochiamo e poi scartiamo: lavoro, studio, responsabilità personale. Meno politica raccontata, più politica fatta.
Forse Lucca non era il suo campo. O forse non era pronta Lucca. Resta il fatto che Del Ghingaro è uno di quelli che, guardandoli da vicino, ti fanno pensare che la buona amministrazione non nasce dal carisma, ma dalla fatica quotidiana. E quella, almeno, non gli è mai mancata.