La bellezza dei diamanti a sostegno della solidarietà
Si è concluso con un not ...

C’è qualcosa di profondamente inquietante quando il potere mondiale viene gestito come una questione personale. Nel caso di Donald Trump, il confine tra politica internazionale e orgoglio individuale appare spesso sfocato. Le lamentele per il mancato riconoscimento, come il Nobel per la pace, si trasformano in dichiarazioni aggressive, minacce velate, posture muscolari che sembrano più reazioni emotive che scelte strategiche.
Dentro questo quadro già instabile si inserisce il capitolo Groenlandia, che non è affatto una bizzarria folkloristica. La Groenlandia non è solo ghiaccio e silenzio: è posizione strategica, controllo delle rotte artiche, risorse minerarie e militari. Quando entra nel discorso politico come possibile “oggetto” di pressione o di interesse diretto, il messaggio che passa è chiaro: le regole condivise possono essere piegate se intralciano l’ambizione. Ed è qui che il problema smette di essere americano e diventa europeo.
La Groenlandia è legata alla Danimarca, quindi all’Europa, e ogni tentativo di forzare equilibri su quel fronte genera inevitabilmente tensioni con l’intero blocco europeo. In questo scenario, la Gran Bretagna si trova in una posizione delicata: storicamente allineata agli Stati Uniti sul piano militare, ma geograficamente e politicamente immersa nella sicurezza europea e nord-atlantica. Ogni mossa azzardata nell’Artico crea frizioni silenziose ma profonde, perché tocca interessi comuni, accordi NATO e un equilibrio già fragile dopo anni di scosse geopolitiche.
L’Unione Europea osserva con crescente preoccupazione questo tipo di atteggiamento. Non tanto per una singola dichiarazione, ma per il metodo: l’idea che la forza, o la minaccia della forza, possa sostituire il dialogo e le alleanze. Quando un leader usa la pressione come linguaggio principale, costringe gli alleati a scegliere tra fedeltà e autodifesa politica. E questa è una frattura che non si rimargina facilmente.
C’è un aspetto quasi paradossale in tutto questo. Da un lato, il tono a volte è talmente sopra le righe da sembrare caricaturale. Dall’altro, le conseguenze potenziali sono drammaticamente concrete. Perché quando si gioca con territori strategici, rotte militari e sfere di influenza, basta poco per trasformare una provocazione in crisi diplomatica, e una crisi diplomatica in qualcosa di molto più serio.
Il vero nodo non è la Groenlandia in sé, né il Nobel mancato. Il nodo è l’idea che il prestigio personale possa valere più della stabilità globale. Quando il potere diventa reazione emotiva, l’Europa, la Gran Bretagna e il mondo intero non possono permettersi di ridere troppo a lungo. Perché dopo l’ironia resta sempre la stessa domanda, quella che fa meno sorridere: chi paga il prezzo se il gioco sfugge di mano?
https://fai.informazione.news/profilo-utente/stampaitaliana Si è concluso con un not ...
La presidente Mattei: "F ...
C’è qualcosa di profond ...
In azienda sapere come i ...
Abbiamo concittadini a cui ...
Sara' pure la tradizione, ...
Il Libro di Enoch è uno d ...
Stipendi parlamentari, q ...
Rinnovato il consiglio dir ...
Le Chiavi d’Oro contro ...
Ieri ho partecipato molto ...
Ad Antraccoli, frazione de ...
Dania Ceragioli - https:/ ...
In piazza Santa Maria le r ...
In città e nelle frazioni ...
Girando un po’ sul web ...
A Lucca torna un appunta ...
Due o tre consigli... P ...
Quando una persona sta mal ...
COSA CI INSEGNA LA STRAGE ...
A Lucca succede anche ques ...