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  • 22/07/2026 10:15

Lucca Summer Festival: la città in comodato d’uso

Nessuno mette in discussione il valore storico del Lucca Summer Festival, la sua capacità di attrarre pubblico e l’importante indotto turistico generato negli anni. Ma proprio perché si tratta di una manifestazione ospitata nel cuore della città, sarebbe opportuno ricordare un dettaglio apparentemente secondario: Lucca non è una proprietà accessoria del festival e Piazza Napoleone non è il cortile privato di un promoter. La dichiarazione di Mimmo D’Alessandro sembra invece rovesciare elegantemente i ruoli: non è più il festival a dover convivere con la città, ma sono la città, i cittadini e i commercianti a dover convivere con il festival, possibilmente in silenzio e senza avanzare richieste. Il messaggio appare piuttosto chiaro: “Il Summer Festival resterà a Lucca, purché Lucca resti esattamente come la voglio io”. Una concezione curiosa della collaborazione istituzionale, molto simile a quella dell’ospite che viene invitato a cena e, dopo il dessert, pretende di scegliere l’arredamento, chiudere la cucina e stabilire quando i proprietari possano rientrare in casa. I commercianti di Piazza Napoleone non stanno chiedendo di sostituire Katy Perry con la tombola parrocchiale. Chiedono semplicemente che l’utilizzo prolungato e invasivo degli spazi pubblici non comprometta il lavoro di chi paga affitti, stipendi, imposte e concessioni per dodici mesi l’anno. Liquidare queste richieste come “compromessi” inaccettabili significa considerare il confronto con la città una fastidiosa interferenza nel proprio piano industriale. E qui entra in scena la giunta Pardini, che sembra aver interpretato il proprio ruolo istituzionale non come garante dell’interesse collettivo, ma come impeccabile servizio di assistenza al promoter: palco pronto, piazza disponibile e, se possibile, commercianti in modalità silenziosa. Un’amministrazione seria dovrebbe sostenere il festival, certamente, ma anche stabilire condizioni, compensazioni e regole di convivenza. Il Comune non dovrebbe essere il roadie di D’Alessandro. Dovrebbe rappresentare la città, compresi coloro che subiscono chiusure, limitazioni, cantieri, rumori e perdita di accessibilità. L’accordo con D’Alessandro & Galli, del resto, riconosce espressamente il patrocinio e il pieno sostegno comunale alla manifestazione: proprio per questo il Comune dovrebbe pretendere un equilibrio verificabile tra interesse privato e interesse pubblico. Anche l’indicazione del Campo Balilla come unica soluzione possibile sembra seguire la consueta dottrina dell’“o così o niente”. Ma gli spazi pubblici non si assegnano per investitura divina e un promoter, per quanto esperto, non dovrebbe poter dettare unilateralmente la pianificazione urbana di una città. È bene ricordare, inoltre, che gli organizzatori di grandi festival internazionali non sono una specie protetta in via di estinzione. Esistono realtà come AEG Presents e Goldenvoice, che organizzano eventi quali Coachella e BST Hyde Park; C3 Presents, responsabile di festival come Lollapalooza, Austin City Limits e Bonnaroo; oppure Live Nation, oltre a numerosi promoter europei capaci di costruire cartelloni contemporanei, trasversali e rivolti anche alle nuove generazioni. Non significa che queste società sarebbero automaticamente migliori per Lucca, né che debbano essere necessariamente coinvolte. Significa semplicemente che D’Alessandro non è l’unico essere umano sul pianeta capace di telefonare a un agente musicale. Se il Comune decidesse un giorno di valutare il mercato attraverso una procedura trasparente e competitiva, potrebbe scoprire che esistono proposte differenti, forse più innovative e maggiormente orientate agli artisti davvero centrali nell’attuale panorama internazionale. Il cartellone 2026 contiene indubbiamente nomi prestigiosi, ma presenta anche una forte componente celebrativa e generazionale. Non è lesa maestà domandarsi se Lucca possa aspirare, accanto alle grandi carriere storiche, a intercettare più stabilmente artisti contemporanei, nuove tendenze e pubblico giovane. Il curriculum passato non può trasformarsi in una concessione perpetua sul futuro culturale della città. Il problema più evidente resta però il modello: concerti a pagamento, spazi pubblici occupati e scarsissima programmazione musicale gratuita diffusa. L’evento genera certamente indotto per il territorio, ma i ricavi diretti della bigliettazione appartengono all’organizzazione privata, mentre una parte significativa dei disagi viene distribuita democraticamente tra commercianti, residenti e cittadini. Una socializzazione delle esternalità con privatizzazione degli incassi: musicalmente parlando, un grande classico. Umbria Jazz dimostra da anni che un altro modello è possibile. A Perugia convivono grandi concerti a pagamento e numerosi appuntamenti gratuiti nelle piazze e nei luoghi del centro storico. Il festival non si limita a usare la città come fondale scenografico: la attraversa, la anima e restituisce musica anche a chi non acquista un biglietto. Nel programma 2026, accanto agli spettacoli principali, sono stati previsti concerti gratuiti pomeridiani e serali in diversi spazi cittadini. A Lucca, invece, persino il concerto gratuito sembra presentato come eventuale soluzione di riserva qualora non vengano organizzati altri appuntamenti. Nel 2026 D’Alessandro ha dichiarato che, in assenza dei talk, questi sarebbero stati sostituiti da un concerto gratuito: quasi che offrire musica liberamente accessibile ai cittadini fosse il piano B del piano B. Un vero festival urbano dovrebbe lasciare qualcosa alla città anche fuori dalla biglietteria: piccoli concerti nelle piazze, esibizioni di giovani musicisti, collaborazioni con scuole e associazioni, percorsi musicali nei quartieri, iniziative gratuite e compensazioni concrete per le attività maggiormente penalizzate. Il Lucca Summer Festival può e deve restare una risorsa. Ma una risorsa non può trasformarsi in un ultimatum annuale. D’Alessandro ha certamente contribuito al successo della manifestazione. Questo, però, non gli conferisce la proprietà morale di Lucca, il diritto di veto sui commercianti né l’esclusiva eterna sulla musica dal vivo. E la giunta Pardini dovrebbe finalmente ricordare che governa una città, non il backstage di un concerto. Perché un festival che ha paura del confronto non sta difendendo la propria qualità: sta difendendo il proprio potere contrattuale. E un’amministrazione che accetta ogni aut aut non tutela un grande evento. Semplicemente, gli consegna le chiavi della città. 

da facebook
(l'autore può legittimamente chiedere di inserire il suo nome o eliminare il pezzo)

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