Baby gang e violenza giovanile
Il Coordinamento Nazionale ...

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) esprime viva preoccupazione per il progressivo incremento degli episodi di violenza e microcriminalità che vedono coinvolti adolescenti e gruppi di minori, fenomeno ormai diffuso anche in realtà territoriali tradizionalmente estranee a tali dinamiche. Le recenti vicende registrate nel territorio isontino, caratterizzate da aggressioni, risse e atti intimidatori, confermano una tendenza che non può più essere interpretata come episodica, ma rappresenta un indicatore del crescente disagio educativo e sociale che attraversa il mondo giovanile.
La cronaca restituisce immagini di ragazzi che agiscono con modalità sempre più aggressive, spesso alla ricerca di consenso all'interno del gruppo e di una visibilità amplificata dai social network. Tuttavia, la devianza minorile non nasce improvvisamente nel momento in cui viene commesso il reato: essa è frequentemente l'esito di un progressivo indebolimento dei processi educativi, della qualità delle relazioni familiari e comunitarie, della capacità delle istituzioni di intercettare precocemente il disagio e di offrire modelli positivi di partecipazione sociale.
Le più recenti rilevazioni dell'ISTAT evidenziano che il 68,5% degli adolescenti tra gli 11 e i 19 anni dichiara di aver subito almeno un comportamento offensivo o aggressivo nell'ultimo anno, mentre circa uno studente su cinque riferisce episodi ricorrenti di bullismo. Si tratta di dati che descrivono una fragilità relazionale diffusa, nella quale il bisogno di appartenenza rischia di trasformarsi in adesione a gruppi che fondano la propria identità sulla sopraffazione, sulla violenza e sull'esclusione.
Il legislatore ha progressivamente rafforzato gli strumenti di prevenzione attraverso la Legge n. 71 del 2017, recentemente modificata dalla Legge n. 70 del 2024, che attribuisce alle istituzioni scolastiche un ruolo strategico nella prevenzione e nel contrasto del bullismo e del cyberbullismo mediante percorsi educativi permanenti, reti territoriali e corresponsabilità con le famiglie. Parallelamente, gli interventi introdotti con il cosiddetto "Decreto Caivano" hanno rafforzato gli strumenti di contrasto alla criminalità minorile. È tuttavia evidente che nessuna risposta esclusivamente repressiva potrà produrre effetti duraturi senza un parallelo investimento sulle politiche educative, sulla prevenzione primaria e sul rafforzamento della comunità educante.
Il CNDDU ritiene che la scuola rappresenti il primo e più efficace presidio pubblico di prevenzione della devianza. Essa non è soltanto luogo di istruzione, ma ambiente nel quale si costruiscono il senso della responsabilità, la cultura della legalità costituzionale, il rispetto delle regole, la gestione non violenta dei conflitti e la capacità di riconoscere il valore della cooperazione rispetto alla logica della sopraffazione. Ogni investimento nella qualità dell'educazione costituisce, di fatto, un investimento nella sicurezza sociale.
Per tale ragione appare indispensabile promuovere un piano organico di interventi che rafforzi stabilmente la funzione educativa della scuola: potenziamento dell'educazione civica e alla cittadinanza digitale; introduzione sistematica di percorsi di educazione socio-affettiva e alla gestione delle emozioni; formazione continua dei docenti sui fenomeni del disagio adolescenziale, delle dinamiche di gruppo e della prevenzione della violenza; presenza stabile di équipe multidisciplinari composte da psicologi, pedagogisti ed educatori; sviluppo di programmi di peer education e di giustizia riparativa; rafforzamento delle reti tra scuole, famiglie, servizi sociali, enti locali, magistratura minorile e associazionismo educativo. È altresì necessario valorizzare il protagonismo degli studenti attraverso esperienze di partecipazione democratica, volontariato, cittadinanza attiva e cura dei beni comuni, affinché il senso di appartenenza si costruisca mediante l'impegno civile e non attraverso l'identificazione con modelli antisociali.
La comparsa di gruppi giovanili che assumono la violenza quale linguaggio identitario non costituisce soltanto un problema di ordine pubblico; rappresenta il segnale di una progressiva erosione dei processi educativi che consentono alle nuove generazioni di costruire la propria identità nel rispetto delle regole della convivenza civile. Ogni atto di aggressione compiuto da un adolescente è certamente una responsabilità individuale, ma richiama anche la responsabilità collettiva di una società che, troppo spesso, interviene quando il disagio è già sfociato nella devianza.
La scuola non può essere chiamata esclusivamente a gestire le emergenze né trasformata nell'unico presidio deputato a colmare le fragilità educative del contesto sociale. Deve invece essere posta nelle condizioni di esercitare pienamente la propria funzione costituzionale attraverso adeguati investimenti, stabilità degli organici, formazione specialistica del personale e un'effettiva integrazione con i servizi territoriali. Educare significa costruire contesti nei quali ciascun giovane possa sperimentare relazioni fondate sulla fiducia, sulla responsabilità e sul riconoscimento reciproco, apprendendo che la libertà personale trova il proprio fondamento nel rispetto della dignità altrui e delle regole comuni.
Il contrasto alle baby gang richiede, pertanto, un cambiamento culturale prima ancora che normativo. Occorre superare la logica dell'intervento emergenziale per sviluppare politiche educative di lungo periodo, capaci di ridurre la dispersione scolastica, contrastare la povertà educativa, sostenere la genitorialità e promuovere una reale alleanza tra scuola, famiglia e territorio. Solo una comunità educante coesa può prevenire quei processi di marginalizzazione che alimentano il bisogno di appartenenza ai gruppi devianti.
La sicurezza collettiva non dipende esclusivamente dall'efficacia della risposta penale, ma dalla capacità delle istituzioni di formare cittadini consapevoli, autonomi e responsabili. Restituire centralità alla scuola significa investire nella più lungimirante politica pubblica di prevenzione sociale: quella che interviene prima che il disagio si trasformi in violenza, prima che l'esclusione diventi devianza e prima che il fallimento educativo si traduca in un procedimento giudiziario. Una democrazia misura la propria forza non soltanto dalla capacità di sanzionare chi viola le regole, ma soprattutto dalla capacità di educare le nuove generazioni a riconoscere nelle regole la condizione essenziale della libertà, della giustizia e della coesione sociale.
Prof. Romano Pesavento
Presidente CNDDU
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