Manovra e sanità: 46 anni di lavoro per annullare il taglio alle pensioni

Nursind, il sindacato delle professioni infermieristiche Manovra e sanità: 46 anni di lavoro per annullare il taglio alle pensioni È in pratica la soglia di anzianità che si dovrà raggiungere per evitare la stangata sui periodi contributivi ante riforma Dini. Il Governo fa cassa con le finestre allungate e un taglio al Ssn Di Ulisse Spinnato Vega Tra l’incudine della necessità di far cassa attraverso il sistema previdenziale e il martello delle proteste di medici e personale sanitario, il Governo cerca di barcamenarsi e modifica l’articolo 33 della legge di Bilancio, ammorbidendo la stangata del ricalcolo del coefficiente di trasformazione che riguarda i periodi di anzianità lavorativa precedenti la riforma Dini e dunque riferiti al vecchio sistema retributivo (anni dal 1981 al 1995). La relazione tecnica dell’emendamento dell’esecutivo spiega innanzitutto che il taglio (nella prima versione in grado di incidere sull’assegno fino al 25%) non riguarda chi matura i requisiti per il pensionamento entro l’anno in corso e anche “nei casi di cessazione dal servizio per raggiungimento dei limiti di età o di servizio previsti dagli ordinamenti di appartenenza e per collocamento a riposo d’ufficio a causa del raggiungimento dell’anzianità massima di servizio prevista” da norme e regolamenti. Il Governo poi specifica che a beneficio dell’assolvimento dei compiti di tutela della salute e quindi, in sostanza, per evitare la fuga del personale, gli iscritti alla Cassa per la pensione dei sanitari (Cps) e alla Cpdel degli enti locali che cessano l’ultimo rapporto di lavoro da infermieri si vedono via via addolcire il taglio dei coefficienti di un trentaseiesimo per ogni mese di posticipo dell’accesso alla pensione da quando è maturata l’anzianità. In sostanza, per azzerare il taglio i sanitari dovranno restare al lavoro altri 36 mesi, sfiorando alla fine “quota 46” rispetto ai 42 anni e 10 mesi necessari (un anno in meno per le donne). Al tempo stesso, però, i risparmi della misura (equivalenti nella prima versione a ben 21 miliardi di euro al 2043) vengono in parte preservati allungando le finestre di accesso effettivo alla quiescenza da quando maturano i requisiti: tre mesi nel 2024, quattro mesi nel 2025, cinque mesi nel 2026, ben sette mesi nel 2027 e addirittura nove mesi dal primo gennaio 2028. Di conseguenza, medici e infermieri possono presentare domanda di autorizzazione per il trattenimento in servizio anche oltre i 40 anni di lavoro effettivo e comunque non oltre i 70 anni di età. Il maggior esborso legato alla ricalibratura dell’articolo 33 è di 9,1 miliardi di euro fino al 2043 e per neutralizzare il colpo il governo taglia i fondi al Ssn, ma cerca di indorare la pillola spostando in avanti di un decennio la stangata: 557 milioni di euro nel triennio 2033-2035 e poi 340 milioni ogni anno a partire dal 2036. In pratica 3 miliardi in meno dal 2033 al 2043. Al tempo stesso si ricavano risorse dal programma di regolazioni contabili, restituzioni e rimborsi di imposte del ministero dell’Economia per 3,4 miliardi tra il 2036 e il 2043. Di conseguenza, secondo la relazione tecnica della Ragioneria dello Stato, “si riscontra un sostanziale complessivo equilibrio” tra la versione originaria dell’articolo 33 e quella modificata. La valutazione fa leva appunto sull’allungamento delle finestre previdenziali che avrebbero pure “un effetto strutturale di incremento della crescita potenziale con conseguenti miglioramenti nella dinamica e nel livello del prodotto interno lordo e, conseguentemente, della sostenibilità del sistema pensionistico e delle finanze pubbliche”. Va detto, infine, che la modifica non ha soddisfatto le sigle dei medici e del personale sanitario, Nursind compreso, che chiedevano lo stralcio della norma e rimangono ora sul piede di guerra. Sempre più vicini ai nostri lettori. Nursind Sanità
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