Quando il linguaggio cambia: modi di dire un tempo comuni oggi percepiti come volgari

Ci sono espressioni che fino a qualche decennio fa circolavano senza troppe conseguenze tra bar, officine, caserme e spogliatoi, e che oggi invece fanno alzare più di un sopracciglio. Non perché il significato sia cambiato, ma perché è cambiato il contesto culturale in cui quelle parole vengono ascoltate. Frasi legate al corpo, alla sessualità o all’attrazione fisica erano spesso usate in modo spontaneo, grezzo ma condiviso. Dire che qualcuno “faceva venire la durella”, “faceva sangue” o “faceva girare la testa” era parte di un linguaggio maschile informale, raramente messo in discussione. Non era elegante, certo, ma nemmeno considerato scandaloso: era semplicemente parlato quotidiano. Col tempo però il confine tra scherzo e mancanza di rispetto si è fatto più evidente. Oggi siamo più consapevoli del peso delle parole, soprattutto quando descrivono altre persone. Espressioni che riducono qualcuno a una reazione fisica o sessuale vengono percepite come oggettivanti, invasive o fuori luogo, anche se chi le pronuncia non ha cattive intenzioni. Non è tanto la parola in sé a essere “proibita”, quanto l’effetto che produce in chi ascolta. C’è poi un altro fattore: questi modi di dire erano nati in ambienti chiusi e omogenei. Tra amici, tra uomini, tra persone che condividevano lo stesso codice. Portati fuori da lì — sul lavoro, sui social, in pubblico — perdono la loro “copertura” ironica e mostrano tutta la loro ruvidità. È un po’ come girare in ciabatte: va bene in casa, meno in ufficio. Il linguaggio non viene censurato dall’alto, cambia perché cambia la sensibilità collettiva. Alcune espressioni restano vive come battute da compagnia, altre scivolano nell’imbarazzo, altre ancora diventano segnali di scarsa attenzione al contesto. Non è questione di essere moralisti, ma di capire quando una parola comunica e quando invece urta. In fondo, saper parlare bene non significa parlare “pulito”, ma parlare in modo adatto alla situazione. E anche il gergo più colorito, se usato con intelligenza, sa quando è il momento di farsi da parte. Un po’ come l’umorismo: funziona solo se chi ascolta ride insieme a te, non se si sente messo a disagio.
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