Sicurezza e diritti a scuola: dati sulla violenza giovanile, prevenzione educativa e misure condivise nel pacchetto sicurezza

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il dibattito pubblico riaccesosi in seguito ai gravi fatti di cronaca avvenuti nelle scuole italiane non possa più essere affrontato con logiche emergenziali, né tantomeno attraverso contrapposizioni ideologiche che semplificano una realtà complessa. La morte di uno studente non è solo un evento tragico, ma una frattura etica e civile che interroga in profondità l’intero sistema educativo, chiamando in causa la responsabilità delle istituzioni, della scuola, delle famiglie e della società nel suo insieme.

Le analisi e i dati riportati dalla stampa delineano un quadro che richiede lucidità, rigore e capacità di tenere insieme più livelli di lettura. Lo studio ESPAD dell’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR, condotto su circa 17mila giovani, segnala che circa 90mila ragazzi dichiarano di aver utilizzato un coltello, un numero raddoppiato nell’arco di sette anni, mentre il 5% afferma di aver desiderato far male a qualcuno. A questi dati si affianca l’allarme crescente sul cyberbullismo, che non rappresenta una forma di violenza “minore” o solo simbolica, ma spesso costituisce il terreno di incubazione di comportamenti aggressivi che possono poi tradursi in azioni concrete.

Le anticipazioni della ricerca “A mano armata. Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà” del Polo Ricerche di Save the Children confermano una tendenza che non può essere ignorata: dal 2019 al 2024 i minori segnalati per porto di armi improprie sono passati da 778 a 1.946, con 1.096 casi già registrati nel solo primo semestre del 2025. Coltelli, tirapugni, mazze, catene e storditori elettrici delineano un fenomeno in crescita che, pur restando numericamente contenuto rispetto ad altri Paesi europei, assume un forte valore simbolico e sociale. Non siamo di fronte a una “generazione violenta”, ma a segnali di un disagio che muta forma e che, se non intercettato, rischia di produrre esiti drammatici.

È proprio la compresenza di questi due elementi – l’aumento dei comportamenti a rischio e il permanere di un tasso di criminalità minorile tra i più bassi in Europa – a rendere necessario un approccio non ideologico. Come sottolineato da Save the Children, la violenza giovanile si inserisce spesso in un vuoto più grande: quello di relazioni fragili, di luoghi educativi impoveriti, di una progressiva solitudine emotiva degli adolescenti. A ciò si aggiunge un dato strutturale che il CNDDU ritiene non più eludibile: l’Italia continua a investire nell’istruzione meno del 4% del PIL, quasi un punto in meno della media europea, riducendo la capacità preventiva della scuola e del territorio.

Tuttavia, riconoscere le cause profonde del disagio non può tradursi in una rimozione del rischio immediato. La sicurezza non è l’opposto dell’educazione, ma una sua condizione di possibilità. Non esiste spazio educativo autentico laddove non siano garantiti il diritto alla vita, all’incolumità fisica e alla serenità di studenti e personale scolastico. In questa prospettiva, il Coordinamento ribadisce quanto già espresso nei precedenti interventi: il metal detector può essere considerato una misura preventiva integrativa, residuale, mirata e temporanea, applicabile esclusivamente nelle scuole caratterizzate da comprovate situazioni di rischio e solo previa deliberazione degli organi collegiali. Non uno strumento generalizzato, non un simbolo di controllo, ma una scelta proporzionata e condivisa, inserita in un quadro di tutela dei diritti fondamentali.

La riflessione proposta dal CNDDU ha trovato un’adesione ampia e trasversale sui canali social del Coordinamento, segno evidente di una comunità scolastica che chiede risposte equilibrate e non ideologiche. Docenti, famiglie e cittadini non invocano una scuola repressiva, ma una scuola messa nelle condizioni di prevenire, proteggere e accompagnare. Una scuola che non venga lasciata sola a gestire responsabilità enormi senza strumenti adeguati.

Alla luce di ciò, il Coordinamento rivolge un appello diretto al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché il pacchetto sicurezza che dovrebbe approdare in Consiglio dei ministri entro la fine del mese, con tempistiche anticipate, tenga realmente conto della complessità del fenomeno e del punto di vista della scuola. È fondamentale che le misure allo studio non si esauriscano in un inasprimento sanzionatorio o in interventi di natura esclusivamente repressiva, ma riconoscano il ruolo centrale dell’autonomia scolastica, degli organi collegiali e della prevenzione educativa come pilastri di ogni strategia efficace.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani invita pertanto il Governo a costruire una risposta sistemica, partecipata e coerente con i principi costituzionali e con la tutela dei diritti umani. Servono investimenti strutturali in personale, supporto psicologico, educazione alle relazioni, contrasto al cyberbullismo e alla normalizzazione della violenza, integrati – quando necessario e in modo condiviso – da misure di prevenzione capaci di garantire sicurezza. Proteggere non significa reprimere, ma rendere possibile l’educazione stessa. Solo così la scuola potrà continuare a essere un luogo di crescita, di libertà e di vita, e non lo specchio delle fragilità irrisolte della società.

prof. Romano Pesavento

presidente CNDDU

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