Perché i controlli sui rave party non sono una crociata ma prevenzione
Quando si parla di controlli sui rave, il dibattito scivola quasi sempre nello stesso vicolo cieco: la droga. Come se fosse l’unico tema, l’unico problema, l’unica ragione per cui lo Stato interviene. In realtà è una lettura comoda, ma superficiale. E soprattutto sbagliata.
Non è affatto scontato che in ogni rave ci sia uso di sostanze, e anche quando c’è, spesso si parla di consumo personale, una scelta individuale che – piaccia o no – esiste in molti contesti sociali, non solo lì. Ridurre tutto a questo significa perdere di vista il punto centrale: la sicurezza.
I controlli servono prima di tutto a verificare se un luogo è idoneo, autorizzato, strutturalmente sicuro. Capire se ci sono rischi reali: impianti elettrici improvvisati, uscite di emergenza inesistenti, pericoli di incendio, strutture fatiscenti, assenza totale di presidio sanitario. Tutte cose molto concrete, molto poco ideologiche, e purtroppo già viste fin troppe volte.
Applicare la legge in questi casi non è moralismo né repressione del divertimento. È prevenzione. È interrompere situazioni che possono trasformarsi in tragedie prima che qualcuno si faccia male sul serio, o peggio. Perché un conto è scegliere consapevolmente di assumere una sostanza, un altro è rischiare la vita perché si balla in un capannone senza vie di fuga, in mezzo a cavi scoperti e generatori instabili.
I giovani hanno tutto il diritto di svagarsi, di ballare, di cercare spazi di libertà e di espressione. Nessuno lo mette in discussione. Ma insieme a questo diritto ce n’è un altro, spesso dimenticato: il diritto alla sicurezza. Ed è qui che entra in gioco lo Stato, che non può girarsi dall’altra parte facendo finta di niente.
Dire sì ai controlli e al blocco dei rave non autorizzati non significa dire no alla musica o al divertimento. Significa dire no all’improvvisazione pericolosa, al “tanto va tutto bene” finché non succede qualcosa di irreparabile. La vera linea di confine non è tra chi si diverte e chi proibisce, ma tra chi organizza in modo responsabile e chi mette a rischio vite umane.
Alla fine la questione è semplice, anche se qualcuno la complica apposta: non è la droga il problema unico, né quello principale. Il problema è morire o farsi male in un posto che non avrebbe mai dovuto ospitare centinaia di persone. Su questo, davvero, non dovrebbe esserci discussione.
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