Rimpatriamoli Tutti (Partendo dagli Italiani)

Visto che va di moda parlare di remigrazione, facciamolo sul serio. Anzi, facciamolo bene. Facciamo un comitato ufficiale, con tanto di timbro e conferenza stampa, e iniziamo da chi è davvero lontano: gli italiani all’estero. Tutti. Nessuno escluso. Dal cameriere a Berlino all’ingegnere a Zurigo, dalla badante a Londra allo chef stellato a New York. Rientro immediato in patria, grazie. Immaginate la scena: aeroporti pieni di connazionali spaesati che tornano “a casa”, valigie rigide, accento mezzo straniero e quella frase pronta sulle labbra: “Ma io ormai…”. Niente scuse. L’Italia chiama, l’Italia vuole. Del resto, se il problema è la coerenza, cominciamo da noi. Il comitato potrebbe chiamarsi qualcosa di rassicurante, tipo “Comitato per il Grande Rientro Affettivo”, così nessuno si spaventa. Missione: riportare cervelli, braccia, nostalgici e anche quelli che dell’Italia ricordano solo il caffè. Perché se il concetto è che ognuno deve stare nel suo Paese, allora non possiamo fare eccezioni quando il connazionale paga le tasse altrove. Certo, ci saranno piccoli dettagli da sistemare: stipendi dimezzati, burocrazia creativa, affitti poetici e concorsi pubblici che sembrano escape room. Ma sono dettagli. L’importante è il principio. E poi vuoi mettere la soddisfazione di dire: “Siamo tornati tutti, ora sì che va meglio”? Qualcuno obietterà che molti italiani sono emigrati perché qui non c’era lavoro, futuro o aria respirabile. Ma non facciamo i pignoli. Quando si parla per slogan, la realtà è solo un fastidio di fondo, come una zanzara di notte. In fondo questo esercizio serve a una cosa semplice: capire che le migrazioni non sono un capriccio né una moda, ma una conseguenza. E che quando inizi a ragionare per liste di rientro forzato, prima o poi scopri che qualcuno su quella lista potresti essere tu. O tuo figlio. O tuo nipote con lo zaino pronto. Ma tranquilli: è solo ironia. Per ora. Peter Panino
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