In bilico fra guerra e rivoluzione. Il ruolo dei comunisti è decisivo

Dall’aggressione al Venezuela alle manovre contro l’Iran, dal genocidio che continua in Palestina alle minacce di Trump alla Groenlandia, il 2026 è iniziato in modo da non lasciare dubbi o illusioni: abbiamo di fronte mesi in cui cui la Terza guerra mondiale farà un ulteriore salto. Se ciò è inevitabile, stante il livello raggiunto dalla crisi generale del capitalismo, è inevitabile che un salto lo faccia pure il movimento rivoluzionario. Può e deve farlo. Può farlo nel senso che le condizioni per la rinascita del movimento comunista e dello sviluppo della rivoluzione socialista sono esattamente le stesse in cui si sviluppa la Terza guerra mondiale. Deve farlo è un richiamo alla realtà e alla responsabilità rispetto al ruolo dei comunisti, in particolare ai comunisti dei paesi imperialisti. I sostenitori della tesi che viviamo in un regime di moderno fascismo, tema trattato nell’Editoriale, non vedono, o peggio danno per concluso e perso, lo scontro fra la mobilitazione reazionaria e la mobilitazione rivoluzionaria. Che invece è tutto aperto. Se si analizza bene il contenuto della lotta di classe in corso il discorso è più chiaro. I promotori della Terza guerra mondiale agiscono in forza del ruolo che hanno nella società: sono la classe dominante. Ma per il momento non riescono né a convincere né a mobilitare le masse popolari, se non quella parte più abbrutita che lega le proprie sorti a quelle dei suoi aguzzini. Una parte minoritaria e poco o per niente attiva al di fuori del mondo virtuale dei social. La parte più attiva delle masse popolari si sta invece mobilitando diffusamente sia contro le manifestazioni della Terza guerra mondiale sia contro il corredo di autoritarismo, economia di guerra, attacchi alle conquiste e razzismo che la classe dominante promuove. Con la sua mobilitazione sta rapidamente diventando punto di riferimento per settori più ampi delle masse e anche per quella parte di borghesia che, per convinzione, interesse o preoccupazione per il futuro, si dissocia dalla parte più reazionaria della classe dominante e vi si oppone. Se si analizza bene la lotta di classe in corso in tutti i paesi imperialisti, le masse popolari organizzate, le reti sociali, i movimenti sono la prima, più risoluta ed efficace opposizione al corso delle cose che la parte reazionaria della borghesia cerca di imporre. Per capirsi: sono state le manifestazioni di milioni di persone in tutto il mondo ad aver costretto gli Usa e i sionisti a porre un freno al genocidio del popolo palestinese (spacciandolo per “pace”), non una delle tante risoluzioni dell’Onu. Il discorso è particolarmente evidente nel nostro paese. Le mobilitazioni dello scorso autunno sono state lo sviluppo quantitativo e qualitativo di quanto avevano seminato nei due anni precedenti gli organismi che, sfidando la repressione, la censura e la gogna mediatica, hanno promosso con continuità le manifestazioni di solidarietà al popolo palestinese. Lo scorso autunno, grazie al ruolo della classe operaia (i portuali del Calp di Genova e l’Usb su tutti), la mobilitazione popolare ha “esondato”, ha bloccato il paese, ha fatto tremare il governo Meloni, i complici del genocidio in Palestina e tutti i guerrafondai che infestano il nostro paese. Inevitabilmente, dopo aver raggiunto il picco nelle giornate del 3 e 4 ottobre, quelle mobilitazioni hanno iniziato a perdere slancio. Non perché “la Palestina è passata di moda”, ma perché il livello di organizzazione e coordinamento degli organismi operai e popolari che le hanno promosse NON era adeguato. Il movimento popolare non poteva svilupparsi ulteriormente, fino a contendere apertamente il governo del paese alla cricca di trafficanti di armi, agenti sionisti e nostalgici del Ventennio raccolta attorno alla Meloni. Lungi dall’essere rifluito, e tanto meno “sconfitto”, quel movimento ha messo in evidenza, sotto forma di ESIGENZE, i passi avanti, il salto di qualità, che il movimento popolare deve fare per riuscire a cambiare tutto, così come si era prefissato. La prima e principale esigenza riguarda il prendere atto che concepire il movimento delle masse popolari solo come opposizione ai promotori della Terza guerra mondiale, fosse anche “strenua opposizione”, “irriducibile opposizione”, ecc. non è sufficiente. Finché il governo del paese rimane nelle mani degli agenti della Nato e dei sionisti, dei contabili guerrafondai di Bruxelles e dei lobbisti di Strasburgo, anche la più eroica delle opposizioni è costretta prima o poi a capitolare. La borghesia è già in guerra, sia sul piano internazionale che sul piano interno, contro le masse popolari e l’unico modo per sbarrarle la strada è rovesciarla dal governo del paese, sostituire il suo governo (il governo Meloni come anche ogni altro governo espressione della parte reazionaria della borghesia, Pd in testa) con un governo delle masse popolari organizzate. Il ruolo dei comunisti è decisivo In Italia il movimento contro la Terza guerra mondiale sta crescendo e crescerà tanto più velocemente quanto più rapidamente sgomberiamo il campo da illusioni e suggestioni. E, di pari passo, mettiamo a fuoco, affrontiamo e superiamo le questioni che ostacolano lo sviluppo. Su questo aspetto il ruolo dei comunisti è decisivo. Il movimento delle masse popolari organizzate può rendere ingovernabile il paese ai promotori della Terza guerra mondiale. Le mobilitazioni dello scorso autunno lo hanno dimostrato, benché il livello di ingovernabilità raggiunto non sia stato sufficiente per mandare ko il governo Meloni. Bisogna sviluppare il coordinamento e promuovere una politica di ampie alleanze in modo da rendere il governo Meloni, e più in generale il sistema politico delle Larghe Intese, il bersaglio di tutte le mobilitazioni, le proteste e le lotte delle masse popolari. Su questo aspetto il ruolo dei comunisti è decisivo. La repressione che si sta abbattendo su chi ha partecipato alle mobilitazioni dello scorso autunno e su chi le ha promosse è prima di tutto una dimostrazione di debolezza e panico del governo Meloni. È una rappresaglia che punta a evitare che una situazione simile a quella dello scorso autunno si ripeta, ma in definitiva è un boomerang che colpisce chi l’ha lanciato. Sia perché la repressione non elimina le condizioni materiali che spingono le masse popolari a scendere sul terreno della lotta, sia perché è possibile trasformare ogni attacco repressivo in un’occasione per mettere sotto accusa le autorità, il governo, i tribunali, il sistema mediatico. È possibile passare da accusati ad accusatori e fare della lotta alla repressione un ambito esplosivo della lotta di classe. Anche su questo aspetto il ruolo dei comunisti è decisivo. Le masse popolari organizzate possono imporre un loro governo di emergenza e attraverso di esso possono sottrarre l’Italia alla collaborazione con le manovre della Comunità Internazionale degli imperialisti Usa, sionisti e Ue; possono porre un freno alla spirale della Terza guerra mondiale e alle politiche antipopolari dei governi delle Larghe Intese; possono iniziare a realizzare le loro principali rivendicazioni. Anche su questo aspetto i comunisti hanno un ruolo decisivo. Non solo nel rendere la costruzione di un governo di emergenza popolare un obiettivo cosciente delle masse popolari organizzate, ma anche nell’inquadrare quel governo nello sviluppo della rivoluzione socialista. Un qualunque governo “democratico” e “progressista” la cui opera non alimenta la rivoluzione socialista finirebbe spazzato via o dalla reazione, tramite la repressione dispiegata o, più probabilmente, schiacciato dal peso del suo fallimento per non essere riuscito a raggiungere alcun obiettivo. In bilico fra reazione e rivoluzione Ai comunisti e alle comuniste ovunque collocati, a chi ha la falce e il martello nel cuore, a chi rivendica il valore, le conquiste, gli obiettivi della lotta che fu dei nostri partigiani, a chi sente di appartenere a quella storia ed è deciso a prenderne il testimone rivolgiamo l’appello a passare dalla difesa all’attacco. Passare dalla difesa all’attacco significa valorizzare tutti gli aspetti identitari, l’orgoglio per la storia del movimento comunista e per il ruolo che esso ha avuto nella storia dell’umanità e nella storia dell’emancipazione delle masse popolari del nostro paese, ma significa anche essere coscienti che quegli aspetti identitari da soli non bastano per assumere un ruolo rivoluzionario nella situazione attuale. Oltre agli aspetti identitari che scaldano il cuore, c’è bisogno degli aspetti concreti, c’è bisogno della presenza e dell’azione dei comunisti proprio là dove il movimento delle masse popolari organizzate è più avanti, in modo da sostenerlo e spingerlo oltre. In definitiva, nella lotta fra mobilitazione reazionaria e mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari, ciò che conta NON è convincere la parte più arretrata e abbrutita e neppure la parte incerta, indecisa, che “si lascia trascinare”. La parte più abbrutita e arretrata sarà isolata dal resto delle masse popolari man mano che il movimento rivoluzionario avanza. La parte più incerta e indecisa sarà invece conquistata grazie all’attività della parte più avanzata. Passare dalla difesa all’attacco significa sostenere con continuità e dedizione gli organismi operai già attivi o che si stanno attivando contro lo smantellamento dell’apparato produttivo e contro la conversione bellica delle aziende. Organismi del genere stanno nascendo in tante aziende, in tutta Italia. Sono uno dei lasciti delle mobilitazioni dello scorso autunno. Poiché i media mainstream non ne parlano, della loro esistenza non leggeremo sulla stampa di regime, occorre lo sforzo metodico di tutti i comunisti per “andare a cercarli nelle aziende”, per fare inchiesta, per coltivare i germogli, per promuoverne l’organizzazione e il coordinamento. Bando ai settarismi, ai pregiudizi, alle classificazioni sulla base delle tessere sindacali di appartenenza: la classe operaia è quella che ha la forza materiale per imporre un corso delle cose diverso da quello imposto dalla classe dominante. Passare dalla difesa all’attacco significa promuovere e alimentare il più ampio coordinamento possibile affinché organismi anche diversi fra loro per natura, caratteristiche, concezioni e composizione si raccordino sulle forme e sui contenuti della lotta, ma soprattutto sulla sinergia e sulla concatenazione delle loro attività. Bisogna applicare il principio per cui attraverso il rafforzamento di una singola battaglia si rafforzano anche le altre in modo da dare continuità e orientamento comune alla mobilitazione di tutti i settori delle masse popolari. Ci sono mille motivi particolari per cui le lotte operaie per la difesa dei posti di lavoro rimangono distinte da quella degli agricoltori in piazza contro gli accordi sovranazionali, per cui le lotte dei comitati per la difesa della sanità pubblica si sviluppano in parallelo a quelle in solidarietà al popolo palestinese. Su ognuno di quei motivi particolari e specifici la classe dominante fa leva per impedire che le masse popolari costituiscano un fronte comune di lotta e solidarietà. Ebbene, per ognuno di quei motivi particolari ce n’è almeno un altro di carattere generale che deve spingerci a lavorare per la costruzione e il consolidamento di quel fronte. Ecco la politica delle ampie alleanze! Passare dalla difesa all’attacco significa, infine, farsi scivolare addosso la propaganda di guerra della classe dominante e imparare ad avere sempre fiducia nella resistenza e nelle masse popolari organizzate. Lo scetticismo e la sfiducia maturati in decenni di opportunismo, “tradimenti”, politicantismo, corruzione morale e materiale, rassegnazione e conciliazione a cui ci ha abituati la sinistra borghese hanno scavato profondamente, al punto da ritenere oggi autorevoli e fondate le analisi della classe dominante e ritenere credibile la sua propaganda. Anche quando denigra, ridicolizza e criminalizza i comunisti e gli organismi operai e popolari. Seminare sfiducia nelle file del nemico è un’arma di guerra che la classe dominante padroneggia. Ma i comunisti hanno un enorme e solido bagaglio politico e ideologico da usare come antidoto al veleno della borghesia. E, in termini molto pratici, il popolo palestinese ha dato alle masse popolari del mondo intero una grande lezione su cosa significa avere fiducia nella Resistenza. Usiamo il nostro patrimonio, impariamo da chi può insegnarci, insegniamo a chi deve imparare. Sembra impossibile solo finché non si inizia a farlo È nelle ore più buie che spunta la luce del nuovo giorno. È un modo di dire inflazionato, ma abbastanza efficace per descrivere la situazione in cui siamo. È nel pieno della devastazione dell’apparato produttivo e del ricatto “licenziamenti o conversione bellica” che gli operai della Gkn continuano, caparbiamente, a perseguire la strada della realizzazione di un piano industriale socialmente integrato per coniugare posti di lavoro, sostenibilità ambientale, produzione civile e condizioni di lavoro dignitose. È esattamente nel mezzo della propaganda della “pace a Gaza”, sbandierata per coprire di rancida melassa il genocidio che continua in Palestina, ed è nel mezzo della rappresaglia repressiva del governo Meloni, che la Global Sumud Flotilla ha annunciato una nuova missione per rompere l’assedio illegale a cui è sottoposta la Striscia di Gaza. È dopo lo sgombero, la criminalizzazione, la repressione, le manganellate e i festeggiamenti trionfalistici dei fascisti in doppio petto che l’Askatasuna lancia un percorso di mobilitazione nazionale per resistere e contrattaccare, mettendo insieme praticamente tutte le componenti del movimento popolare, politico, sindacale e sociale. È sotto l’assedio del governo che gli insegnanti si organizzano, a migliaia, per rivendicare il loro ruolo – educatori, non reclutatori e formatori militari – e la libertà di insegnamento contro le riforme “libro e moschetto” di Valditara. È dalla macchina del fango, dalla denigrazione, dalla criminalizzazione e dal bullismo più becero a opera dei giornalacci di regime che emergono personaggi che per convenienza personale, paura, carrierismo potrebbero serenamente prendere le distanze dal movimento popolare, e invece lottano senza risparmio nelle aule del parlamento, nelle sedi istituzionali, nelle iniziative pubbliche e nelle piazze per rivendicare la legittimità e la giustezza di quanto sta facendo la parte sana e avanzata delle masse popolari. Pensiamo a Stefania Ascari del M5s, a Marco Grimaldi di Avs, a Francesca Albanese, ai tanti sindaci, consiglieri comunali, professori, artisti che si schierano e, prendendo come punto di riferimento il movimento popolare, diventano a loro volta punti di riferimento della parte avanzata delle masse popolari. È proprio quando tutto porta a concludere “sarebbe bello, ma è difficile” che bisogna fare uno sforzo di realismo. È difficile, ma è possibile. Sembra impossibile solo finché non si inizia a realizzarlo. L’Italia partigiana ha bisogno di un governo di emergenza popolare e sta iniziando a muoversi per costituirlo. Ai comunisti il compito decisivo di dare a questo movimento il posto che merita nella lotta per far prevalere la rivoluzione socialista sulla Terza guerra mondiale. Carc.it
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