Foibe e analisi su una memoria che divide
Parlare delle foibe significa entrare in una delle pagine più complesse e dolorose del Novecento italiano ed europeo. Non è una vicenda che si lascia spiegare con formule semplici, né con slogan ideologici. È una storia che nasce dentro la guerra, dentro il crollo degli Stati, dentro conflitti nazionali e rivoluzionari che travolsero intere popolazioni.
Le violenze associate alle foibe si concentrano in due momenti distinti. Il primo segue l’8 settembre 1943, quando il collasso dello Stato italiano nei territori del confine orientale crea un vuoto di potere. Il secondo, più ampio e sistematico, coincide con la primavera del 1945 e l’avanzata delle forze jugoslave.
Nel periodo tra le due guerre, Istria, Fiume e Dalmazia erano territori segnati da una composizione etnica mista. Il regime fascista impose politiche di assimilazione forzata: restrizioni linguistiche, repressione culturale, persecuzioni politiche. Queste scelte alimentarono tensioni profonde e un risentimento che la guerra rese esplosivo. L’occupazione italiana della Jugoslavia dal 1941 aggravò ulteriormente la situazione, con operazioni antipartigiane, internamenti e violenze che lasciarono ferite durature.
Quando nel 1943 il potere italiano crolla, emergono dinamiche caotiche. In questa fase si intrecciano vendette locali, regolamenti di conti, epurazioni improvvisate. Vengono colpiti esponenti del regime, funzionari, ma anche civili. La violenza non risponde a un’unica regia, ma a una miscela di odio accumulato, opportunismo e conflitto politico.
Nel 1945 il quadro cambia. La repressione assume tratti più organizzati. Le autorità jugoslave mirano a consolidare il controllo sui territori contesi e a eliminare opposizioni reali o potenziali. Le categorie di “nemico del popolo” o “elemento ostile” diventano elastiche. Tra le vittime figurano fascisti e collaborazionisti, ma anche funzionari statali, militari, civili italiani non necessariamente compromessi col regime, oltre a sloveni e croati anticomunisti. La logica dominante diventa politica e rivoluzionaria, intrecciata con la questione nazionale.
Ridurre tutto a una rappresaglia contro i crimini fascisti è quindi parziale. Quei crimini contribuirono al clima di violenza, ma la repressione del 1945 risponde soprattutto a obiettivi di potere, epurazione e ridefinizione territoriale. Allo stesso modo, descrivere gli eventi esclusivamente come persecuzione etnica ignora la dimensione ideologica e politica che fu centrale.
Le foibe rappresentano l’aspetto più simbolico e traumatico, ma non esauriscono il fenomeno repressivo. Molti morirono in fucilazioni, carcerazioni, deportazioni. La violenza fu un insieme di pratiche, non un unico meccanismo.
Le conseguenze furono enormi. Oltre alle vittime, il grande esodo giuliano-dalmata trasformò radicalmente la geografia umana dell’Adriatico orientale. Centinaia di migliaia di italiani lasciarono terre dove spesso vivevano da generazioni. Fu un trauma collettivo che segnò famiglie, identità, comunità.
In Italia, la memoria di queste vicende è stata a lungo frammentata. Durante la Guerra Fredda il tema rimase ai margini del discorso pubblico, complice la delicatezza diplomatica e gli equilibri politici interni. Solo negli ultimi decenni la questione è entrata più stabilmente nella narrazione nazionale.
Il dibattito politico riflette questa storia irrisolta. Una parte della destra ha spesso enfatizzato la dimensione nazionale e identitaria, leggendo le foibe principalmente come tragedia degli italiani. Una parte della sinistra, soprattutto in passato, ha insistito maggiormente sul contesto della guerra e sulle responsabilità del fascismo, talvolta minimizzando o relativizzando la portata della repressione jugoslava. Negli anni più recenti si osserva, almeno in ambito storiografico, una maggiore convergenza verso interpretazioni più articolate.
Gli storici tendono oggi a descrivere le foibe e la repressione jugoslava come un fenomeno multidimensionale: vendetta, epurazione politica, conflitto nazionale, logica rivoluzionaria. Una tragedia che non si lascia ingabbiare in una lettura unica e che proprio per questo continua a generare tensioni nella memoria pubblica.
La difficoltà, ancora oggi, non è tanto stabilire che cosa sia accaduto, quanto accettare che più verità possano coesistere: la violenza del fascismo, la brutalità della repressione, il dramma dell’esodo, la strumentalizzazione politica della memoria. Tenere insieme questi elementi richiede uno sforzo di equilibrio che raramente trova spazio nel confronto politico.
Eppure è proprio lì, in quella zona scomoda lontana dagli slogan, che si avvicina di più una comprensione storica onesta. Perché le foibe non sono solo un capitolo del passato, ma un banco di prova per il modo in cui una società affronta le proprie ferite.
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