Meloni e la guerra che “non sa giudicare”: quando la subalternità diventa vergogna

C'è una frase che pesa come un macigno nella posizione del governo italiano sulla guerra in Iran. Una frase che, più di qualunque analisi geopolitica, racconta il livello di autonomia – o meglio di dipendenza – dell'attuale esecutivo. Giorgia Meloni ha dichiarato di non avere gli strumenti per stabilire se l'attacco sia giusto o sbagliato. Un'affermazione che, di per sé, rappresenta già una resa. Perché dire di non avere gli strumenti per giudicare un atto di guerra significa certificare l'impotenza politica e morale del presidente del Consiglio della settima economia del mondo. Non stiamo parlando di una questione tecnica o di un dettaglio diplomatico. Qui si tratta di valutare la legittimità di un attacco militare che rischia di incendiare il Medio Oriente e di trascinare l'intero pianeta in una crisi imprevedibile. Se il capo del governo italiano sostiene di non avere gli strumenti per esprimere un giudizio, allora il problema non è la guerra: è la leadership del Paese. Ma è davvero così? Davvero Meloni non è in grado di giudicare? La verità, probabilmente, è persino più preoccupante. Non è una questione di incapacità: è una questione di subordinazione politica. Pur di non contraddire Donald Trump e Benjamin Netanyahu, pur di non prendere una posizione chiara su una guerra che molti osservatori internazionali considerano una scelta scellerata e pericolosa, la premier preferisce rifugiarsi in una dichiarazione di presunta incompetenza. Una strategia che equivale a dire: non posso giudicare perché non posso permettermi di farlo. In altre parole, l'Italia rinuncia alla propria autonomia politica e diplomatica per non disturbare gli alleati più ingombranti. E il risultato è un Paese che appare incapace di esprimere una posizione autonoma su uno dei conflitti più gravi degli ultimi anni. Se fosse solo un problema di immagine personale, sarebbe una questione che riguarda Meloni e la sua credibilità internazionale. Ma non è così. Le conseguenze ricadono direttamente sugli italiani. Le tensioni in Medio Oriente stanno già spingendo verso l'alto il prezzo dell'energia. Benzina e gasolio aumentano, le bollette sono destinate a crescere e l'intero sistema economico rischia di subire un nuovo shock energetico. A questo si aggiungono le inevitabili ripercussioni sulla sicurezza internazionale e sugli equilibri geopolitici che coinvolgono anche l'Europa. Di fronte a tutto questo, il governo italiano sembra limitarsi a osservare gli eventi da spettatore. Nessuna iniziativa diplomatica significativa, nessuna presa di posizione chiara, nessuna strategia per proteggere famiglie e imprese dagli effetti economici della crisi. La domanda, a questo punto, è inevitabile: continuerà a far finta di nulla oppure il governo deciderà finalmente di assumersi la responsabilità di guidare il Paese? Perché governare non significa limitarsi a seguire gli altri. Significa avere il coraggio di giudicare, scegliere e, quando necessario, dissentire. Se l'Italia rinuncia a tutto questo, allora il problema non è solo una guerra lontana. È la perdita della nostra autonomia politica. E questo, per un grande Paese europeo, dovrebbe essere semplicemente inaccettabile. Piero Rizzo Autore Piero Rizzo
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