Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione sul significato e sulle implicazioni dell’art. 11 del D.L. n. 23/2026, che introduce un rilevante rafforzamento della tutela penale per dirigenti scolastici e personale docente vittime di lesioni nell’esercizio o a causa delle proprie funzioni.
La norma si colloca in un contesto segnato da una crescente esposizione della scuola a episodi di aggressività, tensione e conflitto, che non possono più essere interpretati come fatti sporadici. La frequenza e la natura di tali fenomeni indicano una trasformazione più profonda nel rapporto tra istituzione scolastica e società, nella percezione del ruolo docente e nel riconoscimento dell’autorità educativa.
L’intervento legislativo segna un passaggio importante: l’inclusione di docenti e dirigenti nell’ambito dell’art. 583-quater c.p. riconosce esplicitamente che l’aggressione nei loro confronti non si esaurisce nella dimensione individuale, ma incide su una funzione pubblica di rilievo costituzionale. La scuola è il luogo in cui si realizza concretamente il diritto all’istruzione e si esercita la libertà di insegnamento, pilastri dell’ordinamento democratico. Tutelare chi vi opera significa proteggere un interesse collettivo essenziale.
In questa prospettiva, l’inasprimento del trattamento sanzionatorio risponde a una ratio condivisibile: riaffermare la centralità della funzione educativa e contrastare con maggiore efficacia condotte che ne minano l’esercizio. Il legislatore afferma, in modo chiaro, che la violenza contro il personale scolastico non è tollerabile e che lo Stato intende presidiare con maggiore forza questo ambito.
Al tempo stesso, la portata della riforma richiede una particolare attenzione sul piano interpretativo e applicativo. La severità delle pene e l’estensione dell’arresto obbligatorio in flagranza impongono una lettura coerente con i principi fondamentali del diritto penale, a partire dalla proporzionalità, dalla ragionevolezza e dalla necessaria connessione tra la condotta e l’esercizio delle funzioni. Solo un’applicazione rigorosa e non automatica della norma può evitare che la tutela rafforzata si traduca in risposte sproporzionate nei casi di minore gravità, compromettendo l’equilibrio tra esigenze di sicurezza e garanzie costituzionali.
Resta inoltre evidente che il ricorso allo strumento penale, pur necessario, interviene quando il conflitto ha già superato una soglia critica. La crescente conflittualità che investe la scuola riflette un indebolimento diffuso del riconoscimento sociale del ruolo docente, una difficoltà nel mantenere un confine condiviso tra critica e delegittimazione, tra partecipazione e aggressione. In molti contesti, l’insegnante non è più percepito come punto di riferimento, ma come figura esposta a contestazioni che travalicano il confronto educativo e si trasformano in scontro personale.
In questo scenario, la scuola si trova spesso a gestire tensioni che nascono al di fuori dei suoi confini e che vi si riversano senza adeguati strumenti di mediazione. La pressione esercitata da dinamiche familiari complesse, da modelli comunicativi improntati all’aggressività e da una generale crisi del principio di responsabilità contribuisce a rendere più fragile il tessuto relazionale su cui si fonda l’azione educativa.
Per queste ragioni, il rafforzamento della tutela penale non può essere considerato sufficiente se non accompagnato da un investimento strutturale sulla prevenzione e sulla ricostruzione del patto educativo. Difendere la scuola significa anche promuovere percorsi di educazione al rispetto, sostenere il personale nella gestione dei conflitti, rafforzare il dialogo con le famiglie, sviluppare strumenti di ascolto e supporto, e restituire dignità pubblica alla funzione docente.
Al mondo della scuola il CNDDU rivolge un invito alla consapevolezza e alla responsabilità condivisa. Questa norma non deve essere interpretata come un ripiegamento difensivo, ma come il riconoscimento della delicatezza e dell’importanza del ruolo svolto quotidianamente da chi educa. La tutela giuridica è un presidio necessario, ma non sostituisce la forza della relazione educativa, che resta il fondamento della vita scolastica.
Ai docenti e ai dirigenti va ribadito che ogni forma di aggressione non può essere accettata né normalizzata. Difendere la propria dignità professionale significa anche contribuire a tutelare l’istituzione nel suo complesso. Alle famiglie si chiede un rinnovato impegno nel riconoscere il valore della scuola come alleata educativa e non come controparte. Agli studenti deve essere trasmessa con chiarezza l’idea che il rispetto dell’altro, anche nel conflitto, è condizione essenziale della convivenza civile.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani conferma dunque una posizione equilibrata e ferma: il rafforzamento della tutela penale rappresenta un passaggio importante nella difesa della funzione educativa, ma la sicurezza e l’autorevolezza della scuola si costruiscono soprattutto attraverso una responsabilità condivisa, una cultura del rispetto e un impegno costante nella prevenzione dei conflitti.
La scuola non può essere difesa solo con le sanzioni: deve essere riconosciuta, sostenuta e valorizzata come luogo fondamentale della democrazia.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU