TRENO DELLA MEMORIA 2026 - ISI PERTINI LUCCA

TRENO DELLA MEMORIA 2026 - ISI PERTINI LUCCA

Il peso della storia non si legge solo sui libri; a volte lo si sente nel freddo di una baracca, nel

silenzio irreale di un campo, nelle teche di un Museo. Dal 23 al 27 marzo 2026, la Toscana è

tornata a viaggiare verso la Polonia con la tredicesima edizione del Treno della Memoria.

Tra i 400 studenti a bordo e 50 insegnanti provenienti da tutta la Toscana, c’era anche una

delegazione di studenti e studentesse dell’ISI Pertini di Lucca, accompagnata dalla

professoressa Katia Giannelli. Finanziato da Regione Toscana con il Fondo Sociale Europeo

nell’ambito del Programma Operativo Regionale 2021-2027, il progetto organizzato dalla

Fondazione Museo della Deportazione e Resistenza di Prato ha coinvolto le scuole

secondarie di secondo grado e gli studenti universitari della Toscana con un obiettivo

preciso: mantenere viva la memoria storica, parlando di deportazioni, resistenza e

persecuzioni dei regimi totalitari del Nazismo e del Fascismo.

Il tema di quest'anno, "Tracce di Memoria", ha visto i ragazzi del Pertini protagonisti ben

prima della partenza. Gli studenti — Nicla Matteucci, Sophia Tedesco, Melissa Bengasi,

Emma Lazzari , Chathumi Fernando Rathugamage, Susanna Gigliucci, Laura Giusti, Matteo

Bigliazzi e Emili Shani — hanno svolto ricerche approfondite sul territorio lucchese,

intervistando testimoni e rintracciando lapidi e monumenti legati alla Resistenza. Un lavoro

che ha trasformato la storia da concetto astratto a identità cittadina.

La partenza è avvenuta il 23 marzo da Firenze. Alle ore 12, presso la Palazzina Reale, si

sono tenuti i saluti istituzionali, con l’intervento del presidente della Regione Toscana

Eugenio Giani e dell’assessora all’istruzione e alla cultura della Memoria Alessandra Nardini,

che ha preso parte anche al viaggio insieme ai ragazzi. Mentre nel primo pomeriggio, intorno

alle 14:30, il treno è partito in direzione Polonia. Dopo un lungo viaggio, gli studenti sono

arrivati la mattina successiva a Oświęcim, cittadina polacca che sotto l’occupazione nazista

fu ribattezzata Auschwitz e dove oggi si trova l’omonimo Museo statale. Ed è lì che il viaggio

ha cominciato a cambiare tono.

Alle ore 9.00 del 24 marzo è iniziata la visita ad Auschwitz II-Birkenau. Gli studenti erano

divisi in gruppi. Ad accompagnare ogni gruppo tra i binari e le baracche di Birkenau c’era

una guida e c’erano Andra e Tatiana Bucci, testimoni viventi dell’orrore: da bambine furono

rinchiuse proprio lì, nella baracca dei bambini, selezionate dal dottor Mengele per i suoi

esperimenti. Camminando nelle varie sezioni del campo, le parole sono diventate superflue.

Il dolore era tutto nei volti degli studenti: occhi bassi, qualcuno in silenzio a prendere

appunti, altri con il viso segnato dalle lacrime. Un silenzio pesantissimo che ha avvolto il

corteo fino al Monumento Internazionale, dove l’assessora Alessandra Nardini ha deposto

una corona d’alloro davanti alle 23 lapidi che, in tutte le lingue del mondo, gridano il ricordo

delle vittime del campo.

Il 25 marzo la visita è proseguita nel campo di Auschwitz. Qui il peso della storia si è fatto

ancora più concreto. Non tanto nei gesti simbolici, ma in quello che gli studenti si sono

trovati davanti: le fotografie dei deportati, gli oggetti personali, le valigie, le scarpe, i capelli.

E poi le protesi, gli occhiali. Tutto quello che resta di vite interrotte. Davanti a quelle stanze,

a quelle teche, il silenzio era lo stesso. Qualcuno si fermava più a lungo, qualcuno

abbassava lo sguardo, altri prendevano appunti senza parlare. Ma i momenti più difficili sono

arrivati entrando nei forni crematori e nella camera a gas.

Per molti studenti, l'impatto con Auschwitz e Birkenau ha spazzato via ogni dubbio: "Prima di

partire pensavo che alcune cose fossero esagerate," - ammette Sophia - "Poi ho visto i

luoghi e sono diventata una sentinella della memoria".

Nicla aggiunge: "Visitare i campi lascia il segno dell'orrore, ma vedere gli oggetti personali

dei prigionieri dà un nome a quel dolore, lo rende reale". Ed Emma descrive una sensazione

viscerale: "Camminando lì ho sentito come se ci fosse ancora l'odore della morte... le

lacrime mi bloccavano il respiro".

Proprio tra i corridoi del museo, la delegazione ha trovato un monito che riassume il senso

dell'intero progetto. Matteo si sofferma su una frase incisa in una delle stanze: "Chi non

ricorda il passato è condannato a ripeterlo". Una citazione che per Matteo e le sue

compagne è diventata una missione: "Non è solo una frase letta su un muro, è la ragione

per cui siamo qui. Senza memoria, non c'è difesa contro il ritorno del male".

La sera, gli studenti hanno incontrato nuovamente le sorelle Bucci in un momento più

raccolto, all’interno della sala conferenze dell'Hotel Metropolo. Un incontro fatto di racconto e

ascolto, in cui hanno condiviso la loro storia, dall’ingresso nel campo fino alla vita dopo la

liberazione. Susanna è rimasta scossa dal concetto di "gioco" nel campo: "Per quei bambini,

giocare con il nulla era l’ultimo modo per restare umani". Emili riflette sulla normalizzazione

del male: "Giocare a pochi metri dai cadaveri era diventato normale. Quel posto cercava di

cancellarti dentro".

Il giorno successivo, il 26 marzo, il gruppo si è spostato a Cracovia, visitando i quartieri

ebraici della città, altro passaggio fondamentale per comprendere la storia e le sue

conseguenze. In serata, intorno alle 19, gli studenti sono ripartiti in treno verso Firenze,

portando con sé qualcosa che difficilmente si riesce a spiegare del tutto. E Chathumi ha

paragonato il viaggio moderno alla tragedia delle deportazioni: "Noi ci lamentavamo del poco

spazio in treno, ma loro? Ammassati in cento in un vagone merci, privati di ogni sogno".

Per la professoressa Katia Giannelli, tornata sul Treno dopo quasi dieci anni, l'esperienza

conferma la necessità del confronto diretto: "Non è come leggere la storia sui libri, è entrare

nelle vite delle persone". Il messaggio delle sorelle Bucci ai ragazzi è stato chiaro: “Accettare

l’altro, il diverso o meglio, vivere con l’altro. Prima di parlare, bisogna studiare, imparare,

ascoltare i nonni. La memoria è un fatto generazionale. Non c’è una generazione che può

fare a meno dell’altra”. E la professoressa confessa che “Una lacrima mi è scesa quando sul

palco la sera del 25 marzo, Ugo Caffaz si è sciolto in un grande abbraccio con le sorelle

Bucci e tutti noi ci siamo sentiti parte di questo abbraccio.”

Gli studenti del Pertini tornano a Lucca cambiati, consapevoli che la memoria non è un

esercizio del passato, ma un impegno per il futuro. Come sottolineato da Matteo, ricordare è

l'unica via per non sbagliare di nuovo.

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