Amore stabile cosa rivela lo studio scientifico

Lo studio porta la firma di Donatella Marazziti, Federico Mucci, Riccardo Gurrieri, Lionella Palego, Laura Betti, Gino Giannaccini e Sue Carter, ricercatori appartenenti a diverse istituzioni italiane e statunitensi. Il gruppo ha cercato di verificare se l’essere coinvolti in una relazione sentimentale stabile fosse associato a differenze nei livelli periferici di BDNF. Una relazione sentimentale stabile potrebbe essere associata a un particolare profilo biologico legato al funzionamento del sistema nervoso. È questo il dato emerso da uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Pisa e pubblicato nel 2026 sul World Journal of Biological Psychiatry. Al centro della ricerca c’è il BDNF, il fattore neurotrofico di derivazione cerebrale, una proteina coinvolta nella sopravvivenza e nel funzionamento delle cellule nervose, oltre che nei meccanismi di plasticità neuronale, apprendimento e memoria. La ricerca ha coinvolto 60 adulti sani, 32 dei quali donne, con un’età media di circa 27 anni. Dopo una valutazione clinica, 31 partecipanti risultavano impegnati in una relazione sentimentale stabile, mentre 29 non avevano una relazione stabile in corso. I ricercatori hanno effettuato un prelievo di sangue al mattino e a digiuno, misurando successivamente il BDNF nel siero e nelle piastrine. Le differenze osservate sono state rilevanti. Nel gruppo con una relazione stabile il BDNF intrapiastrinico aveva un valore medio di 4,36 ng/mg, contro 2,85 ng/mg nel gruppo senza una relazione stabile. Anche il BDNF sierico risultava maggiore: 36,83 ng/ml contro 25,47 ng/ml. Le differenze sono risultate statisticamente significative. Il risultato è interessante perché il BDNF è una delle proteine maggiormente studiate per il suo ruolo nei processi di adattamento e plasticità del sistema nervoso. Questo, tuttavia, non significa che i ricercatori abbiano dimostrato che essere innamorati faccia vivere più a lungo. La distinzione è fondamentale. Lo studio è trasversale: fotografa la situazione dei partecipanti in un determinato momento. Permette quindi di individuare un’associazione tra la presenza di una relazione stabile e determinati livelli di BDNF, ma non permette di stabilire un rapporto di causa-effetto. È quindi possibile che entrino in gioco altri fattori. Alcune caratteristiche psicologiche e individuali potrebbero favorire contemporaneamente una maggiore stabilità nelle relazioni e differenti livelli di BDNF. Anche stress, qualità della relazione, stile di vita e condizioni psicologiche potrebbero avere un ruolo. Per questo motivo non è scientificamente corretto trasformare il risultato nella formula “l’amore allunga la vita”. Nello studio non è stata misurata la durata della vita dei partecipanti e non è stato dimostrato che una relazione sentimentale provochi un miglioramento della salute o aumenti direttamente la longevità. Il dato concreto è un altro: nelle 60 persone sane esaminate, chi aveva una relazione sentimentale stabile presentava livelli significativamente più elevati di BDNF nel siero e nelle piastrine rispetto a chi non aveva una relazione stabile. È un’associazione biologica interessante, soprattutto perché apre nuove domande sul rapporto tra relazioni affettive, stress e funzionamento del sistema nervoso. Per capire se esista realmente un effetto causale saranno però necessari studi più ampi e soprattutto longitudinali, nei quali le persone vengano seguite nel tempo. In altre parole, il lavoro dei ricercatori pisani non dimostra che l’amore faccia vivere più a lungo. Dimostra qualcosa di più preciso: una relazione sentimentale stabile è risultata associata a livelli più elevati di BDNF in un gruppo di adulti sani. Per stabilire cosa ci sia realmente dietro questa associazione serviranno ulteriori ricerche. 2026
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