Per oltre vent’anni ho fatto la guida turistica a Lucca.

Per oltre vent’anni ho fatto la guida turistica a Lucca.


Ho iniziato quando i turisti erano ancora pochi: tedeschi, americani, italiani. Ho lavorato con amministrazioni di destra e di sinistra e, insieme ad altri colleghi, ho rappresentato Lucca alle fiere del turismo, a Milano a Londra e ad altre manifestazioni.

Erano anni pionieristici.

Il turismo italiano era schiacciato su Firenze, Venezia, Roma. Poi Pisa, Siena, il lago di Como. Lucca doveva ancora trovare il suo posto. E quel posto fu costruito lentamente.

Guide turistiche, ristoratori, albergatori, Camera di Commercio, operatori culturali, enti del turismo, amministratori, agenzie di viaggio. Non c’era una formula magica. C’era una convinzione: Lucca era unica perché era bella, ma soprattutto perché era vera. Non era devastata dal turismo di massa e dovevamo proteggerla: non commettere l’errore delle altre grandi città toscane.

Il nostro vantaggio era proprio questo: bellezza e vivibilità. Una città a misura d’uomo, capace di raccontarsi attraverso la sua storia di piccola città-stato. Orgogliosa, a volte chiusa, a volte apertissima, ma senza bisogno di urlare per farsi notare.

Lucca non aveva Michelangelo. Non aveva il torrone e il panforte. Non aveva un monumento da cartolina capace di competere con Piazza San Marco o la Torre di Pisa. Il suo vino non era il Chianti, il buccellato non poteva competere con altri prodotti toscani, la China Massagli non era il limoncello.

Eppure Lucca entrava dentro.

Chi arrivava aveva spesso la sensazione di aver trovato qualcosa di difficile da spiegare. Un luogo che non si concedeva immediatamente. Non era un prodotto. Era un’esperienza, un luogo per l’anima.

La città si mostrava il giusto, con una certa riserva. Lucca aveva un suo codice. E quel codice meritava rispetto.

Ricordo gli anni della costruzione della promozione della cucina lucchese, con l’ente del turismo APT, la ricerca dei prodotti della Garfagnana e della Piana, la valorizzazione dei nostri vini DOC, piccoli contro giganti piemontesi, veneti e toscani.

Eravamo una formica. Ma la formica sapeva di essere forte: consapevole delle proprie dimensioni, del proprio passo, mai più lunga della gamba.

Sapevamo inserire la città nel contesto delle sue colline e delle ville, del mare della Versilia, dei borghi della Mediavalle e della Garfagnana. Il territorio era uno solo, e valorizzarlo insieme portava benefici a tutti.

Venivano costruiti rapporti, contatti con le agenzie di viaggio e la stampa di settore, sviluppavamo professionalità, combattevamo le speculazioni.

Ricordo chi rifiutò di portare il trenino turistico sulle Mura, come a Piazza dei Miracoli. Si sarebbero fatti una barca di soldi. Ma fu detto no: le Mura non potevano diventare una giostra.

Ricordo anche la scelta, come guide turistiche, di non instaurare rapporti clientelari con i negozi, per non trasformare la visita alla città in una passeggiata dentro un supermercato.

Conosco persone che hanno lottato con lavoro, dedizione e passione per non svendere Lucca e trasformarla in una seconda San Gimignano o in una succursale di Piazza dei Miracoli. Li ringrazio ancora.

La valorizzazione del nome Lucca fu lenta, dolce, paziente, ma strutturata. L’obiettivo era preciso: rendere Lucca attraente senza svenderla, senza renderla uguale alle altre.Valorizzare la cultura, l’arte, i monumenti, la cucina, i luoghi, la sua area pedonale, i suoi ritmi lenti.

Sapevamo che dietro l’angolo c’era il rischio della mercificazione. Lo vedevamo nelle città vicine. E sapevamo che una piccola città di pochi chilometri quadrati non avrebbe potuto reggere il turismo di massa senza perdersi.

Non era una questione politica. Era conoscenza della storia. Sapere perché Lucca si era sviluppata in quel modo, perché le Mura erano lì, perché le strade erano quelle, perché le botteghe erano al piano terra e le abitazioni sopra.

Un equilibrio fragile, costruito nel tempo.

Poi è arrivato altro.

Improvvisamente tutto è diventato un prodotto. Ogni spazio. Ogni strada. Ogni palazzo. Ogni metro quadrato. Tutto messo in vetrina.

L’amministrazione ha dichiarato di voler trasformare Lucca in un centro commerciale a cielo aperto. E, in buona parte, è quello che è successo.

Le case sono diventate prodotti immobiliari. Il Comune sempre più un’agenzia di eventi. E i numeri l’unica unità di misura.

Arrivi. Presenze. Crociere. Investimenti. Metri cubi. Valore degli immobili.

Non la qualità della vita. Non la cultura. Non l’abitabilità per chi ci vive. Non i servizi. Non le relazioni. Non la possibilità per un giovane lucchese di costruirsi qui una vita. Non il lavoro qualificato.

Solo numeri. Numeri e possibilità di investimento.

Sono arrivati imprenditori da mezzo mondo e l’equilbrio costruito negli anni si è sbriciolato in poco tempo. Perché Lucca era fragile. Lo diceva la storia. Lo sapevamo tutti.Ma sono state aperte le stalle. E la città ha cambiato volto.

Fa quasi sorridere, in questi giorni, la politica che continua a fingere di non vedere le trasformazioni e quello che è stato perso.

Basta camminare. Basta guardare quello che non c’è più. Basta entrare in un palazzo e vedere come le case siano diventate tutte uguali: beige, perfette, asettiche.

E così in Piazza Grande arrivano i mercatini tirolesi, sulle Mura il Carnevale di Viareggio e il truciolato, per le strade rievocazioni storiche con gladiatori, vichinghi, celti e perfino le SS. Un turismo da selfie, da cappuccino nel pomeriggio.

Chi se ne importa se il farro in realtà è orzo, se i tordelli sono industriali, se chiudono i negozi storici e arrivano paninoteche, lampredotto e mortadella, se Ilaria del Carretto diventa una sconosciuta mentre Lucca viene riempita di eventi che potrebbero essere organizzati ovunque.

I numeri dicono che le crociere sono aumentate.Intanto ci sono sempre meno case per residenze lunghe, affitti sempre più alti, politiche sempre meno vicine ai bisogni dei cittadini, non solo di chi vive in centro.E, dall’altra parte, un mercato che spinge sempre più verso investimenti in residenze di lusso, soprattutto per ultra-ricchi, molti dei quali stranieri.

E allora va tutto bene.

Chi se ne frega.

I giovani lucchesi potranno comprare casa fuori. Oppure andarsene.

La domanda è una sola: quanto siamo ancora disposti a perdere, per portare qui sempre più gente?


Si dirà che i tempi cambiano.

Mi chiedo soltanto perché debbano farlo sempre in peggio.


Carlo Puddu

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