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Pier Paolo Pierucci è stato un artista autodidatta e solitario, capace di trasformare Lucca in una tela viva e personale. Nato nel 1942 e scomparso nel 2018, ha lasciato dietro di sé un corpus pittorico vasto, instancabile, che racconta scorci urbani, vasi di fiori, maschere carnevalesche, corpi femminili generosi, angoli lagunari e mura lucchesi, sempre con un linguaggio immediato e riconoscibile. La sua arte si fonda su una pittura istintiva, veloce, carica di colore e luce, spesso al limite della figurazione, lontana dai canoni scolastici, ma mai priva di tensione visiva o energia espressiva.
Figura familiare nelle strade della città, Pierucci era spesso visto dipingere all’aperto, con rotoli di tela sotto il braccio, incurante del tempo o degli sguardi. Vendeva i suoi quadri per pochi euro, nei bar, nei mercatini, nelle case di chi sapeva guardare oltre il gesto rapido e il tratto ruvido. Non cercava fama, né gallerie, né premi. Dipingeva per urgenza, per restituire alla città la sua immagine viva, inquieta, riflessa in occhi che non volevano abbellire ma raccontare.
Dopo la sua morte, Lucca ha cominciato a riscoprirlo. Mostre retrospettive come quella del 2023, nella Sala dell’Affresco di San Micheletto, hanno rivelato a molti l’intensità della sua opera. I colori forti, le composizioni dense, le pennellate che sembrano pulsare raccontano un linguaggio autonomo, nato fuori dalle accademie ma radicato nella percezione diretta della realtà. I suoi quadri non imitano, ma traducono: e il mondo, attraverso Pierucci, si fa più acceso, più carnale, più immediato.
L’Associazione Pier Paolo Pierucci, fondata per conservarne la memoria, sta oggi lavorando a raccogliere, catalogare e restituire visibilità a un patrimonio che per anni è stato sottovalutato, ma che ha parlato — e continua a parlare — alla città, dal basso, senza filtri. La sua pittura, a distanza di anni, non ha perso forza: è rimasta fedele a se stessa, come lo era lui. Marginale e libero.
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