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  • 16/01/2026 23:44

Il contratto prematrimoniale dell’eros (con timbro, firma e imbarazzo)

C’è chi prima di sposarsi parla di mutuo, chi di suoceri, chi del colore delle tende. Poi c’è il grande elefante nella stanza, nudo e sudato, che tutti fingono di non vedere: il sesso. Così nasce l’idea grottesca ma fin troppo logica dell’Album delle Promesse Intime, una raccolta ufficiale – meglio se rilegata in similpelle – dove i futuri sposi dichiarano, nero su bianco e posa dopo posa, cosa offriranno al coniuge una volta pronunciato il fatidico sì. Non per romanticismo, sia chiaro. Per chiarezza. Per evitare che, anni dopo, qualcuno dica “io pensavo che…” mentre l’altro risponde “ma non l’ho mai detto”. Nell’album tutto è dichiarato: entusiasmo, pigrizia, creatività, limiti invalicabili e ardori stagionali. Non foto oscene, ma pose simboliche, allusive, quasi teatrali. Più commedia dell’arte che film vietato ai minori. Il notaio, in questa visione, entra in scena con l’aria di chi ha visto di tutto ma sperava non questo. Timbrerebbe fogli che parlano di disponibilità emotiva travestita da audacia, di promesse fatte col sorriso teso di chi spera che la vita non cambi mai. Perché il vero grottesco non è l’eros messo per iscritto, ma l’illusione che resti identico per quarant’anni come una clausola ben scritta. L’album fa pensare perché costringe a una domanda scomoda: quanto del matrimonio è un patto realistico e quanto è un atto di fede? E soprattutto, perché siamo capaci di contrattualizzare tutto tranne ciò che ci rende più vulnerabili? Forse non serve davvero un album, né una firma. Forse basterebbe il coraggio di parlare senza vergogna, accettando che il desiderio non si può pretendere, solo coltivare. Il grottesco, alla fine, non è l’idea dell’album. È scoprire che senza di esso molti si sposano comunque… completamente all’oscuro di ciò che li aspetta sotto le lenzuola e dentro il silenzio. Ciao.

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