Processo Dal Pino, chiesto l'ergastolo
Processo Dal Pino, per la Procura non ci sono attenuanti psichiatriche: chiesto l’ergastolo
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Nessun vizio di mente. Nessuna incapacità di capire quello che stava facendo. Per la Procura, Cinzia Dal Pino quella notte era lucida. E proprio da questo punto è partita la requisitoria davanti alla Corte d’Assise di Lucca, dove i pubblici ministeri hanno chiesto la condanna all’ergastolo per l’imprenditrice viareggina accusata dell’omicidio di Nourdine Mezgoui, il 52enne marocchino travolto e ucciso con il suv dopo averle rubato la borsa.
Una vicenda che da mesi divide l’opinione pubblica. Perché dentro questa storia ci sono rabbia, paura, vendetta, istinto. E soprattutto ci sono quelle immagini delle telecamere di sorveglianza finite ovunque: il suv che punta l’uomo, lo colpisce più volte, lui che cade a terra. Sequenze crude, quasi irreali, che hanno trasformato un fatto di cronaca in un caso nazionale.
La difesa aveva cercato di giocare una partita importante sul fronte psichiatrico. Disturbi del sonno, forte stress emotivo, impulsività fuori controllo: elementi che secondo i consulenti della donna avrebbero inciso sulla sua capacità di intendere e di volere. La Corte aveva anche disposto una perizia specialistica proprio per chiarire questo nodo. Ma secondo i consulenti nominati dal tribunale non sarebbe emerso alcun quadro tale da escludere o ridurre la responsabilità penale dell’imputata.
Un passaggio decisivo, perché senza il riconoscimento del vizio di mente il processo torna dritto sul terreno dell’omicidio volontario aggravato.
L’accusa insiste soprattutto sulla dinamica. Non un investimento casuale, non un gesto confuso di pochi secondi. Secondo la ricostruzione della Procura, Dal Pino avrebbe inseguito Mezgoui dopo lo scippo e lo avrebbe colpito deliberatamente con l’auto più volte.
È su questa sequenza che i pm hanno costruito la richiesta della pena massima, contestando aggravanti pesanti: crudeltà, futili motivi, utilizzo del mezzo insidioso e minorata difesa della vittima. Una combinazione che, già nelle prime fasi del procedimento, aveva aperto concretamente la strada all’ergastolo.
La difesa continua invece a sostenere una lettura diversa. L’avvocato della donna punta sul caos emotivo di quei momenti, sul panico successivo alla rapina, su una reazione che — pur drammatica — non sarebbe stata guidata dalla volontà lucida di uccidere. In passato erano state avanzate anche ipotesi alternative come l’eccesso colposo di legittima difesa o l’omicidio preterintenzionale, ma il quadro accusatorio finora è rimasto sostanzialmente intatto.
Intanto il caso continua a provocare discussioni anche fuori dalle aule del tribunale.
Per qualcuno quella notte rappresenta l’esplosione incontrollata di una paura quotidiana, per altri è il simbolo di un confine superato: quello tra difendersi e trasformarsi in giustizieri. Ed è probabilmente questo il motivo per cui la storia di Viareggio continua a colpire così tanto. Non parla soltanto di un processo. Parla di rabbia sociale, percezione dell’insicurezza e della linea sottilissima che separa la reazione dalla vendetta.
Ora la parola passa alla Corte d’Assise. E sarà una decisione destinata a pesare parecchio, non solo per l’imputata ma anche per il valore simbolico che questo processo si è trascinato dietro fin dall’inizio.