Giuseppe Conte, su Repubblica, dice che.....
Giuseppe Conte, su Repubblica, dice che non possiamo rassegnarci a "una crescita sempre più esponenziale di produttività e redditività". Esponenziale. In Italia. Dove la produttività del lavoro, dati Istat, dal 1995 cresce dello 0,3 per cento l'anno e negli ultimi tre è pure calata. È esattamente il motivo per cui gli stipendi sono fermi da trent'anni e i nostri figli fanno le valigie.
Verrebbe da pensare che non sappia di cosa parla. Io penso il contrario: lo sa benissimo, e parla a un pezzo di elettorato che non è anticapitalista, è anti-economicista, che l'economia proprio non vuole sentirla nominare, come se le regole della produzione e della distribuzione fossero un'opinione di destra da respingere per igiene. È l'humus della decrescita felice, quella che invoca la "moratoria sulle innovazioni tecnologiche" mentre l'Unione europea dal 2000 taglia il 29 per cento delle emissioni continuando a crescere. Cioè facendo l'esatto contrario.
Sono quelli convinti che il turismo sia il nostro petrolio e che il futuro stia nell'agricoltura fuffodinamica da balcone. Cioè i due settori a più basso valore aggiunto che abbiamo: settori dove ogni ora lavorata aggiunge pochissimo valore a quello dei beni che consuma per produrlo, e siccome i salari possono uscire solo da lì, restano bassi per definizione. Non è cattiveria dei padroni, è aritmetica. Le identiche idee economiche di Vannacci, che vuole riportare in Italia i laureati fuggiti all'estero mettendoli a raccogliere pomodori. Populisti opposti, stesso analfabetismo: gli uni per decrescita, gli altri per nostalgia. E, guarda caso, stesso substrato elettorale: si travasa dagli uni agli altri senza colpo ferire, perché in fondo gli si racconta la stessa favola.
I danni li abbiamo sotto gli occhi: il superbonus, i navigator, i banchi a rotelle, il balcone dell'abolizione della povertà, l'Ilva, la Tav. E la destra non ha fatto meglio: bonus edilizi, ristori, condoni, decontribuzioni a pioggia, la stessa propaganda del "va bene purché sia sussidiato", dove ogni settore è buono se lo paga lo Stato e nessuno chiede mai quanto valore produca. Il debito lo lasciamo ai ragazzi che se ne sono andati.
Ma il danno vero è culturale: aver insegnato a mezzo Paese che la competenza è una lobby e il dato statistico una scortesia. E quel mezzo Paese oggi si getta tra le braccia della peggiore destra che abbiamo mai avuto. Chi semina antipolitica non raccoglie mai la propria: raccoglie quella degli altri.
Poi ci si stupisce che il campo largo non decolli. Se l'idea è che produrre sia una colpa, il campo non è largo: è incolto e secco.
Fabrizio Stevanato