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  • 15/09/2026 01:19

Psichiatria sotto pressione: più domanda, meno risorse

Dagli ospedali ai servizi territoriali, il disagio psichico mette alla prova il sistema sanitario. Aumentano le richieste di aiuto, cresce l'uso degli psicofarmaci tra i più giovani e il personale affronta situazioni sempre più complesse. Nel frattempo avanzano nuove ricerche, dalla sospensione controllata degli antidepressivi all'intelligenza artificiale. Il punto, oggi, è distinguere ciò che è scientificamente dimostrato da ciò che viene soltanto promesso._ La salute mentale è entrata ormai stabilmente nel dibattito pubblico. Molto meno stabilmente, però, è entrata nell'organizzazione quotidiana del sistema sanitario. Il problema emerge soprattutto quando il disagio diventa acuto: un accesso in pronto soccorso, un ricovero in psichiatria, una crisi comportamentale, una famiglia che non sa più a chi rivolgersi. In quei momenti la differenza non la fa soltanto la diagnosi, ma la possibilità concreta di trovare un professionista, un posto letto, un servizio territoriale e soprattutto una continuità assistenziale dopo la dimissione. È una delle questioni affrontate anche recentemente da VDnews, che ha riportato l'attenzione sul significato del ricovero psichiatrico. Entrare in un reparto non dovrebbe essere considerato una sconfitta personale. In determinate situazioni può rappresentare invece una misura necessaria per proteggere una persona e permetterle di ricevere le cure di cui ha bisogno. La fase successiva al ricovero rimane però decisiva. Tornare a casa senza un percorso chiaro, senza riferimenti territoriali e senza un adeguato sostegno può trasformare la dimissione in un momento particolarmente fragile. Più bisogni, meno specialisti A Como, il quadro raccontato da La Provincia fotografa una difficoltà che, pur riferendosi a una realtà locale, richiama una questione più ampia. Le richieste di assistenza per problemi di salute mentale sono aumentate e i servizi devono confrontarsi con situazioni sempre più complesse. Nell'area comasca sono stati aumentati i posti letto del reparto di Psichiatria dell'ospedale Sant'Anna, mentre rimangono criticità legate alla disponibilità di strutture e professionisti. La carenza di psichiatri rappresenta uno dei problemi più delicati. Un servizio può avere strutture e posti letto, ma senza personale sufficiente diventa difficile garantire visite, presa in carico, continuità terapeutica e interventi tempestivi. Il rischio è che il pronto soccorso finisca per diventare il punto di arrivo di problemi che avrebbero bisogno di essere intercettati molto prima. È una delle contraddizioni della sanità contemporanea: si chiede alla psichiatria ospedaliera di gestire le emergenze, mentre una parte importante della prevenzione e della cura dovrebbe essere garantita sul territorio. Il ricovero non è una resa Il ricovero psichiatrico continua a essere accompagnato da uno stigma particolare. Per una frattura o per un infarto nessuno considera l'ospedale una dichiarazione di fallimento personale. Quando invece riguarda la salute mentale, il ricovero può ancora essere vissuto come qualcosa di cui vergognarsi. È una percezione che può diventare pericolosa. Quando una persona attraversa una crisi grave, presenta un rischio concreto per sé o per gli altri oppure si trova in una condizione che non può essere gestita adeguatamente a domicilio, l'ospedale può rappresentare uno strumento di protezione e cura. Questo non significa che il ricovero sia sempre la soluzione migliore. La psichiatria moderna cerca, quando possibile, di utilizzare il livello di assistenza meno restrittivo compatibile con la sicurezza e con le necessità cliniche del paziente. E soprattutto il ricovero non dovrebbe essere considerato il punto finale. La vera sfida comincia spesso con la dimissione: stabilire chi seguirà la persona, quali saranno le terapie, quando avverrà il controllo successivo e quale sostegno sarà disponibile in caso di una nuova crisi. Quando la sicurezza entra nella cura C'è poi un'altra faccia dell'emergenza psichiatrica: la sicurezza degli operatori sanitari. Nei pronto soccorso e nei reparti maggiormente esposti possono verificarsi minacce, aggressioni e situazioni di forte tensione. A Treviso, un episodio denunciato dal sindacato Nursing Up ha riportato l'attenzione sulle condizioni di sicurezza degli operatori sanitari. Il caso riguardava un infermiere del pronto soccorso dell'ospedale Ca' Foncello, aggredito durante il servizio. Episodi di questo tipo alimentano una domanda sempre più difficile da ignorare: come proteggere chi lavora in prima linea senza trasformare la cura in un ambiente esclusivamente difensivo? La risposta non può essere soltanto repressiva. Servono personale adeguato, formazione specifica, ambienti progettati per gestire le emergenze, procedure condivise e la possibilità di chiedere rapidamente aiuto quando una situazione diventa pericolosa. È altrettanto importante evitare una semplificazione: avere un disturbo mentale non significa essere violenti. La maggior parte delle persone con problemi psichici non commette aggressioni. Gli episodi di violenza possono invece essere associati, in determinate circostanze, a una combinazione di fattori clinici, uso di sostanze, crisi acute, condizioni sociali e ambientali e assenza di adeguati percorsi di cura. ## Il delicato tema dello scudo penale Sul rapporto tra sicurezza, responsabilità professionale e psichiatria è intervenuto anche il dibattito sul cosiddetto "scudo penale". Una riflessione pubblicata da Quotidiano Sanità ha messo in evidenza la particolare posizione degli operatori della salute mentale, chiamati spesso a prendere decisioni difficili durante situazioni di emergenza. Il tema è delicato perché lo psichiatra può trovarsi davanti a decisioni nelle quali ogni scelta comporta un rischio. Intervenire può significare utilizzare misure restrittive che devono rispettare precise garanzie. Non intervenire, invece, può avere conseguenze se una persona si fa del male o provoca danni. È quindi necessario trovare un equilibrio tra due esigenze: garantire la sicurezza degli operatori e assicurare contemporaneamente i diritti e la dignità dei pazienti. Il cosiddetto "scudo penale" non deve essere interpretato come una generale immunità per i sanitari. La tutela giuridica degli operatori non può significare l'assenza di responsabilità. Psicofarmaci ai minori: un aumento che va interpretato Uno dei dati che ha suscitato maggiore attenzione riguarda l'utilizzo degli psicofarmaci nella popolazione pediatrica. Secondo il Rapporto OsMed dell'Agenzia italiana del farmaco, la prevalenza d'uso degli psicofarmaci tra bambini e adolescenti è passata dallo 0,26 per cento del 2016 allo 0,57 per cento del 2024. Nella fascia tra i 12 e i 17 anni il dato risulta ancora più elevato, arrivando all'1,17 per cento. Si tratta di un aumento importante, ma il dato deve essere interpretato correttamente. Non significa automaticamente che i medici stiano prescrivendo farmaci in modo indiscriminato o che un'intera generazione di bambini sia stata "medicalizzata". Un aumento delle prescrizioni può dipendere da diversi fattori: una maggiore diffusione di alcuni disturbi, una maggiore capacità diagnostica, una crescita della domanda di cura, un diverso accesso ai servizi e modifiche nelle pratiche prescrittive. L'Aifa evidenzia inoltre che i livelli italiani rimangono complessivamente contenuti rispetto a quelli osservati in altri contesti. Il dato più importante, quindi, non è soltanto quante confezioni vengono prescritte. Bisogna chiedersi perché aumentano le richieste di aiuto e se il sistema sia in grado di offrire, accanto ai farmaci, anche psicoterapia, sostegno familiare, interventi scolastici e servizi territoriali adeguati. Gli antidepressivi non sono una cura contro la violenza Un altro tema che ha attirato l'attenzione riguarda gli antidepressivi e il comportamento violento. Uno studio clinico condotto in Australia ha esaminato l'effetto della sertralina in uomini caratterizzati da elevata impulsività e una storia di comportamenti violenti. I risultati non hanno dimostrato una riduzione significativa delle recidive violente attribuibile al farmaco. La conclusione, però, deve essere formulata con precisione. Non significa che gli antidepressivi provochino violenza e nemmeno che siano inutili. Significa che un antidepressivo non può essere considerato, sulla base di queste evidenze, un trattamento specifico per prevenire la violenza impulsiva. La sertralina rimane un farmaco utilizzato per diverse condizioni psichiatriche, tra cui depressione e disturbi d'ansia. Trasformare un singolo risultato scientifico in uno slogan generale sarebbe quindi un errore. Smettere gli antidepressivi richiede cautela Un'altra questione importante riguarda la sospensione degli antidepressivi. Una ricerca coordinata dall'Università di Verona e pubblicata su The Lancet Psychiatry ha analizzato numerosi studi clinici sulla riduzione dei trattamenti antidepressivi. I risultati suggeriscono che la sospensione deve essere gestita con attenzione e, quando indicato, attraverso una riduzione graduale della terapia. Interrompere improvvisamente un antidepressivo può provocare sintomi da sospensione e, in alcune persone, aumentare il rischio di una ricomparsa dei sintomi depressivi o ansiosi. Questo non significa che chi assume antidepressivi debba necessariamente continuare la terapia per tutta la vita. La durata del trattamento deve essere valutata caso per caso, considerando diagnosi, storia clinica, numero e gravità degli episodi precedenti, risposta alla terapia e rischio di ricaduta. Il principio più importante rimane uno: non modificare autonomamente una terapia psichiatrica. L'intelligenza artificiale entra nella salute mentale Mentre i servizi cercano di far fronte alla domanda crescente, la tecnologia apre un'altra strada. L'intelligenza artificiale generativa viene già sperimentata come possibile strumento di supporto psicologico. Uno studio clinico pubblicato su NEJM AI ha valutato un chatbot terapeutico chiamato Therabot. La ricerca ha osservato miglioramenti dei sintomi in persone con depressione, disturbo d'ansia generalizzato o problemi legati ai disturbi dell'alimentazione. Il risultato è interessante, ma non autorizza a dire che l'intelligenza artificiale abbia sostituito psicologi e psichiatri. La ricerca è ancora in una fase relativamente iniziale. Restano questioni fondamentali sulla sicurezza, sulla gestione delle emergenze, sulla privacy, sull'affidabilità delle risposte e sulla responsabilità professionale. Un chatbot può essere disponibile ventiquattro ore su ventiquattro. Un medico, invece, può valutare la storia clinica, osservare direttamente il paziente, interpretare segnali che vanno oltre le parole e assumersi una responsabilità professionale. L'IA può quindi diventare uno strumento complementare. Non dovrebbe essere presentata come una sostituzione del professionista. Il rischio delle cure miracolose Nel campo della salute mentale esiste anche un altro problema: la trasformazione di risultati preliminari in presunte cure miracolose. Un esempio è rappresentato dal muicle, una pianta utilizzata nella medicina tradizionale messicana. Ricercatori dell'Università di Guadalajara hanno studiato le sue possibili proprietà antidepressive e ansiolitiche ottenendo risultati interessanti. Ma c'è un elemento fondamentale: gli esperimenti citati sono stati condotti su animali. Questo significa che non è possibile affermare che il muicle sia già un antidepressivo efficace e sicuro per gli esseri umani. Prima di arrivare a una terapia utilizzabile nella pratica clinica servono studi sull'uomo, valutazioni della sicurezza, definizione delle dosi, analisi degli effetti collaterali e confronti con i trattamenti già disponibili. È proprio in questo passaggio che spesso nasce la disinformazione sanitaria. Un risultato preliminare diventa una "cura naturale", una ricerca sugli animali diventa una terapia "dimostrata" e una possibilità futura viene raccontata come se fosse già disponibile. La scienza, invece, procede molto più lentamente. Farmaci clandestini e rischi per la salute La sicurezza dei medicinali non riguarda soltanto ciò che viene prescritto negli ospedali o negli ambulatori. Un'inchiesta del Giorno ha raccontato un'importante operazione della Guardia di Finanza all'aeroporto di Malpensa, con il sequestro di migliaia di medicinali e prodotti privi delle necessarie autorizzazioni. Tra le sostanze individuate c'erano anche prodotti destinati a utilizzi non consentiti e medicinali di provenienza non controllata. Il problema è soprattutto quello della tracciabilità. Quando un farmaco viene acquistato attraverso canali clandestini non è possibile avere le stesse garanzie sulla composizione, sulla quantità del principio attivo, sulla conservazione e sull'autenticità del prodotto. In ambito psichiatrico, come in qualsiasi altra branca della medicina, la provenienza del farmaco è parte integrante della sicurezza della terapia. Una psichiatria che non può essere ridotta alle pillole Mettendo insieme questi fenomeni emerge un quadro molto più complesso di quello suggerito dai titoli più allarmistici. Da una parte ci sono servizi sotto pressione, carenze di personale, difficoltà organizzative e persone che arrivano alle cure quando la crisi è già esplosa. Dall'altra ci sono farmaci sempre più utilizzati, nuove ricerche, strumenti digitali e possibilità terapeutiche che possono migliorare la gestione di alcune condizioni. Gli psicofarmaci possono essere strumenti fondamentali. Ma non sono l'unico strumento. La psicoterapia, la riabilitazione, il sostegno alle famiglie, la prevenzione, la scuola, i servizi territoriali, la gestione delle dipendenze e l'integrazione sociale fanno parte dello stesso percorso. Anche l'intelligenza artificiale, se entrerà stabilmente nella salute mentale, dovrà essere valutata all'interno di questa logica. Non come una scorciatoia per risolvere la carenza di medici, ma come un possibile supporto all'interno di percorsi controllati e scientificamente validati. La vera emergenza è la continuità Il filo che collega il ricovero psichiatrico, le aggressioni nei pronto soccorso, la carenza di specialisti, l'aumento delle prescrizioni tra gli adolescenti, la sospensione degli antidepressivi e le nuove tecnologie è uno solo: la continuità della cura. Una persona non è soltanto la diagnosi scritta nella cartella clinica. È una storia che continua dopo il pronto soccorso, dopo il ricovero, dopo la prima prescrizione e anche dopo la remissione. La sfida della psichiatria italiana non è quindi scegliere tra farmaci e psicoterapia, tra ospedale e territorio, tra medico e tecnologia. È costruire un sistema nel quale questi elementi possano funzionare insieme. Un ricovero, quando necessario, non dovrebbe essere vissuto come una sconfitta. Un antidepressivo, quando indicato, non dovrebbe essere demonizzato. Un medico non dovrebbe lavorare con la paura di essere lasciato solo davanti a una crisi. E un algoritmo non dovrebbe essere confuso con un professionista. La salute mentale ha bisogno soprattutto di una cosa che nessuna scorciatoia tecnologica può garantire da sola: **persone e servizi capaci di esserci anche il giorno dopo.**

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