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  • 30/08/2022 01:00

IL LIVELLO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE

Poiché il governo di fatto si arrese quasi subito su quasi tutte le richieste, al voto il 17 aprile 2016 ne arrivò solo una, quella per cancellare la possibilità di prorogare le estrazioni entro le 12 miglia dalla costa, per cui fosse già stata rilasciata la concessione, fino all’esaurimento dei giacimenti. Questa grande mobilitazione di federalismo No Triv – non per dare alle regioni la possibilità di coadiuvare, ma per garantire loro il modo di interdire la strategia energetica nazionale – illuse qualcuno che si sarebbe potuto ripetere il miracolo del 2011, quando ai referendum su nucleare, gestione dei servizi pubblici locali (detto impropriamente “per l’acqua pubblica”) e legittimo impedimento andò a votare più del 50% degli italiani, dando un colpo definitivo alla leadership di Berlusconi. Tranne la maggioranza renziana del Pd e quel che rimaneva dell’area centrista, che puntò con successo sull’astensione e sul mancato raggiungimento del quorum, quasi tutti gli altri si illusero di anticipare la fine della carriera di Renzi a Palazzo Chigi, che sarebbe arrivata pochi mesi dopo con il referendum sulla riforma costituzionale e provarono senza riuscirci il colpaccio. Si formò così una mostruosa coalizione di unità anti-nazionale che da Bonelli e Vendola, passando per Speranza, Emiliano, De Luca e per la minoranza Pd e ovviamente per Di Maio e i 5 Stelle, arrivava fino alla Lega di Salvini («Il nostro petrolio e la nostra ricchezza è il nostro paesaggio, l’agricoltura, il turismo, il mare, la pesca, e non qualche buco nell’acqua») a Fratelli d’Italia di Meloni («Quella legge va abrogata perché non si può continuare a inquinare il nostro mare») e a un pezzo di Forza Italia (non al Cavaliere, che se ne stette a casa e lasciò libertà di coscienza e di voto, come sempre fa, quando se ne vuole lavare le mani). Tutti i referendari erano uniti non solo sull’obiettivo di fare del male a Renzi, ma anche sulla demagogia complottista-poveraccista dell’Italia asservita alle lobby del fossile, che vogliono sfruttare ’o paese d’ ’o sole e d’ ’o mare, deturpandone le bellezze. Il gas e il petrolio, per la grande coalizione No Triv / No Renzi, erano una sorta di monnezza ambientale. E un odio particolare era proprio riservato al gas, che pure è la fonte fossile meno impattante dal punto di vista ecologico, di cui consumavamo nel 2016, 71 miliardi di metri cubi l’anno, producendone poco più di cinque. Però questa monnezza, che pure serviva, andava prodotta altrove e portata “pulita” in Italia, perché, da noi, ai chiringuito sulla costa adriatica le trivelle deturpavano i panorami. Abbiamo poi continuato disciplinatamente a produrre sempre meno gas. Oggi poco più di tre miliardi di metri cubi l’anno, sette volte meno del 2000. Giacché la presa per i fondelli è continuata – come avrebbe potuto fermarsi? – Ronzulli ha messo su il broncio accusando la sinistra di attaccarla «per una grafica non indovinata», piuttosto che «rendere conto di decenni di errori e di concessioni all’ideologia dei “no” che ha condannato l’Italia alla dipendenza energetica». Nelle bolle social dove non si prendono, né si perdono i voti, ma ci si può illudere di prendere, finendo invece per perdere, le misure della crisi della democrazia italiana (che è molto peggio di come appare – dopo ci torno), ha riscosso negli scorsi giorni un meritato successo il doppio inciampo della vice-capa-uno-bis di Forza Italia, la senatrice Licia Ronzulli (dopo il vice-capo-uno, l’onorevole Antonio Tajani), che ha intimato con una card tonitruante: «Rigassificatori subito! Per estrarre gas naturale nazionale e renderci indipendenti dagli approvvigionamenti dall’estero». Visto che subito in molti le hanno fatto notare che i rigassificatori non sono trivelle e portano il gas liquido allo stato gassoso, ma non lo estraggono dai giacimenti di terra o di mare, Ronzulli (o il/la suo/a social media manager) c’ha messo una pezza dadaista, spiegando che la realizzazione dei rigassificatori avrebbe permesso «al nostro Paese di importare gas liquido e renderci indipendenti dall’estero». Insomma la rigassificazione autarchica avrebbe reso civilisticamente nazionale anche il gas straniero. Una sorta di ius scholae dei combustibili fossili, ecco. In questo caso ammesso, a differenza di quello degli umani. Al che, rendendo pan per focaccia alla scontatissima provocazione di Ronzulli, la bolla avversaria (non quella consanguinea e avvezza alle polarizzazioni social uguali e contrarie; per intendersi, dunque, la mia, terzisticamente libdem, non quella conformisticamente de’ sinistra), ha iniziato a produrre ricca e godibile documentazione sul contributo fattivo e determinante che la destra italiana ha dato alla retorica No Triv, quando nel 2016 la prima fase del regolamento di conti anti-renziano nel Pd portò ben otto regioni di sinistra (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Sardegna) e due di destra, (Liguria e Veneto), a presentare un pacchetto di sei proposte referendarie, con fortissime limitazioni delle attività estrattive di fonti fossili. Da un punto di vista politico le strategie energetiche nell’ultimo ventennio sono state pari solo alle strategie pensionistiche per irresponsabilità, per incremento della dipendenza e della sua insostenibilità a lungo termine, eppure quanto quelle pensionistiche sono state appoggiate da un vero e proprio partito unico del tutto e subito, della botte piena e della moglie ubriaca. È servita, purtroppo, la guerra all’Ucraina, per svelare la truffa del bengodi energetico putiniano, del gas a buon prezzo finanziario finché dura e a immenso prezzo politico quando tocca, come si era dovuti arrivare al quasi default del 2011 per prendere atto che la previdenza non può stare in piedi contro la demografia. Eppure proprio sull’energia e sulla previdenza si continua a giocare il gioco delle tre carte, anche in questa campagna elettorale, e non solo da parte della destra brutta, sporca e cattiva, ma anche della sinistra bella, pulita e peace and love, ma ugualmente refrattaria alla triste contabilità pensionistica e energetica, alla responsabilità del presente e all’intelligenza del futuro. Così si arriva alle quote 41 bipartisan CGIL-Lega o agli sconti in bolletta pagati con le prestidigitazioni contabili, cui si vorrebbe costringere il governo dimissionario. Così si arriva pure ai rigassificatori a cui sono quasi tutti favorevoli, ma solo a farli altrove. Tutto il mondo è Piombino. E così si torna anche all’inizio del ragionamento. Questa perenne commedia delle colpe altrui in un Paese, in cui purtroppo il bipopulismo è unito, nel peggio, sull’essenziale, rischia di apparire solo un segno di fisiologica demagogia elettorale, di bipolarizzazione delle chiacchiere e delle scemenze, di recitazione scontata o addirittura normale di improbabili “diversità”. D’altra parte, su un altro terreno, assistiamo da settimane alla ridicola gara degli iper-putinaniani (Di Maio da una parte, Salvini e Berlusconi dall’altra) nel contendersi medaglie di fedeltà atlantista, quando fino al 24 febbraio 2022 erano tutti insieme a perorare la fine delle sanzioni a Mosca per l’annessione della Crimea e l’invasione del Donbas. Una persona razionale sarebbe tentata di pensare che tutto questo è lo spettacolo che copre la politica, la finzione che camuffa la realtà e che degli sfondoni e delle contraddizioni di questo o di quella occorra preoccuparsi molto relativamente. Invece questo spettacolo è proprio la politica italiana, questa finzione è la sua sola realtà. Questa è la misura reale della crisi della nostra democrazia: le corbellerie e le contraddizioni grottesche di Ronzulli potrebbero apparire come le inevitabili cadute di una politica improvvisata e invece rappresentano, come le altrui peripezie trasformistiche senza contenuto e senza verità, il vero volto, non la maschera del potere italiano. Per questa ragione, nella politica nazionale il principio di non contraddizione ha cessato di funzionare come un discrimine rilevante sul piano della logica morale, dei comportamenti politici e delle scelte di voto e si può comunque dire tutto e il suo contrario, sapendo che non è su questo che si sarà giudicati, condannati o perdonati, ma sul piano della corrispondenza a un’ordalia di sentimenti e risentimenti sempre più ciechi e di alienazioni politiche sempre più radicali.

Da: https://www.linkiesta.it/2022/08/italia-democrazia-energia-bipopulismo/ Di Carmelo Palma 

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