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  • 18/01/2026 20:58

Enoch, Gesù e il linguaggio del cielo: una continuità scomoda

Il Libro di Enoch è uno di quei testi che attraversano la storia biblica come una corrente sotterranea: non sempre visibile, spesso ignorata, ma capace di riemergere nei momenti decisivi. Non fa parte della Bibbia ebraica né di quella cattolica o protestante, eppure era conosciuto, letto e discusso nel giudaismo del tempo di Gesù. Ridurlo a semplice curiosità apocrifa è comodo, ma storicamente poco onesto. Enoch nasce in un contesto preciso: un mondo religioso in cui il male non è solo una debolezza interiore dell’uomo, ma una forza strutturata, collegata a poteri spirituali ribelli. Gli angeli che cadono, la violenza che si diffonde sulla terra, il sapere usato per dominare e distruggere: sono immagini forti, certo, ma parlano a un’umanità che si sente schiacciata da poteri più grandi di lei. In questo scenario emerge una figura centrale, il “Figlio dell’Uomo”, descritto come preesistente, scelto da Dio, giudice finale della storia, colui davanti al quale anche i potenti devono rendere conto. Quando si passa ai Vangeli, il linguaggio cambia, ma non il campo semantico. Gesù parla nello stesso orizzonte simbolico. Usa lo stesso titolo, Figlio dell’Uomo, e lo fa in modo insistente. Non lo spiega, non lo definisce, non lo giustifica: lo assume. Per chi conosceva Enoch e Daniele, quel titolo non era neutro. Era carico di attese, timori, speranze. Gesù non lo prende in prestito per decorare il suo messaggio, lo mette al centro della propria identità. La differenza, però, è decisiva. In Enoch il Figlio dell’Uomo resta soprattutto una figura celeste, distante, gloriosa, giudicante. In Gesù quella figura scende nella polvere. Il Figlio dell’Uomo non si limita a giudicare il mondo: entra nella sua sofferenza, viene rifiutato, condannato, ucciso. Il giudice diventa il condannato. È qui che la continuità si trasforma in superamento. Gesù non smentisce Enoch, ma lo porta oltre ciò che Enoch poteva vedere. Anche sul tema del giudizio la distanza è sottile ma profonda. Enoch descrive un giudizio implacabile, necessario, senza sconti. Gesù non lo nega, ma lo sospende nel tempo. Prima del giudizio annuncia il Regno, offre guarigione, perdono, possibilità di cambiamento. Il giudizio resta reale, ma non è più l’ultima parola immediata: è l’orizzonte che dà peso alle scelte presenti. Il silenzio di Gesù su Enoch non è casuale. Citare esplicitamente quel libro avrebbe spostato l’attenzione sulla fonte, aprendo dispute sterili sul canone. Gesù evita questo terreno e fa qualcosa di più radicale: non rimanda a un testo, rimanda a sé stesso. “Avete udito… ma io vi dico”. L’autorità non è nel libro, ma nella persona. La Chiesa primitiva, nel tempo, farà una scelta diversa da quella etiope, restringendo il canone e lasciando Enoch fuori. Le ragioni sono molte: teologiche, pastorali, storiche. Ma il fatto che un testo venga escluso dal canone non significa che smetta di essere una chiave interpretativa del mondo in cui il cristianesimo nasce. Ignorarlo del tutto significa perdere profondità, soprattutto quando si leggono i Vangeli in modo troppo astratto o moralistico. Enoch apre una visione cosmica del bene e del male. Gesù la rende concreta, umana, incarnata. Dove Enoch vede il cielo che giudica la terra, Gesù mostra Dio che entra nella terra per salvarla. Tenere separati questi due mondi rende Gesù più gestibile, ma anche più piccolo. Metterli in dialogo, invece, restituisce al suo messaggio una forza che ancora oggi mette a disagio: quella di un Dio che non si limita a spiegare il male, ma lo affronta passando attraverso la croce. In fondo, Enoch è come un tuono lontano che annuncia il temporale. Gesù è la pioggia che cade davvero. E quando arriva la pioggia, il cielo non è più solo un’idea: diventa storia. Studio Biblico 2026

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